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Politica, cultura, società

Isis, la resistenza delle donne curde (che non va in tv)

Ecco un bel documentario che illustra la resistenza delle donne curde siriane al terrorismo fondamentalista islamico. Queste donne combattenti appartengono all’Ypg, organizzazione creata per garantire per l’autonomia del Kurdistan siriano sia di fronte al regime di Assad che ai tagliagole dell’Isis e simili, come ad esempio Al Nousra.

Un messaggio di pace e democrazia da una regione insanguinata. Queste donne hanno consapevolmente imbracciato le armi in mancanza di alternative. Uccidere è sbagliato, dicono, ma non abbiamo altra possibilità. Criticano la società patriarcale e il capitalismo. Rivolgono un appello alle donne europee che sanno soffrire un’oppressione per molti versi simile a quella che vivono loro. Demistificano il discorso razzista di chi afferma che l’Islam è una religione oppressiva e misogina affermando che la folle e mortifera linea dell’Isis non ha nulla in comune con la religione.

Le radici dell’oppressione nei confronti della donna sia essa velata o esibita come oggetto sessuale in vendita al miglior offerente (o entrambe le cose insieme, soluzione a quanto pare preferita dai terroristi), sono in un sistema mondiale di dominazione ed oppressione che prescinde da ogni discorso religioso, usato strumentalmente solo come specchietto per le allodole. Una trappola nella quale cadono i giovani europei che si arruolano sotto le bandiere di Al Baghdadi, così come gli scellerati che parlano di “scontro di civiltà” e si illudono che il problema sarà risolto con qualche bombardamento.

Siamo sicuri che i media occidentali non destineranno a un video come questo neanche un millesimo del tempo concesso agli atroci messaggi dell’Isis assortiti di decapitazioni in diretta. Anche questa è una conferma di quanto il nostro sistema di comunicazione e informazione sia profondamente distorto e malato. Non ci si deve poi stupire più di tanto se il livello di conoscenza su temi come questi, che pure ci riguardano da vicino, sia bassissimo. I media conformisti, omologati e attenti solo agli aspetti sensazionalistici della situazione (che c’è di più bello per rilanciare l’audience di una bella decapitazione in diretta?), fomentano pregiudizi, spesso anche di tipo razzista, e ripropongono come soluzione ai problemi quel colonialismo che, nelle sue varie forme, è in realtà il padre di tutti i problemi.

Un motivo in più per divulgare immagini e discorsi come questi. La democrazia e la lotta al terrorismo non sono certo un compito per chi, come gli Stati Uniti, del terrorismo si è spesso servito (come a Cuba, in Venezuela e in molte altre parti del mondo) e ha creato le condizioni atte alla sua nascita e sviluppo. La democrazia e la lotta al terrorismo sono invece nelle mani di queste donne esemplari che vanno sostenute e aiutate.

Il progetto che queste donne portano avanti va ben al di là della necessaria e prossima sconfitta delle orde di terroristi drogati che fanno parte dell’Isis. Esso comprende una società nuova, caratterizzata dal recupero delle radici culturali umiliate dall’oppressione dei regimi e dal superamento dei vecchi modelli feudali e patriarcali, così come da quello del capitalismo da rapina che opera nella zona.

A un compito così vasto e profondo possono provvedere, con buona pace dei maschilisti che proliferano nell’attuale società italiana e sono nascosti, ahimè, all’interno di ciascuno di noi maschi, solo delle donne. Donne armate, non solo di kalashnikov (strumenti che pure in certe situazioni risultano assolutamente indispensabili), ma anche e soprattutto di una forte consapevolezza di sé, merce purtroppo sempre più rara dalle nostre parti.

Donne che, anziché attendere passivamente che qualcuno, magari rivestito da qualche bandiera occidentale, venga a salvarle, si armano e provvedono in prima persona alla sicurezza propria e dei propri concittadini. E, provvedendo alla sicurezza, gettano anche le basi per una società autenticamente democratica basata sull’eguaglianza effettiva fra i generi.

Sono davvero immagini stridenti con il “senso comune” italiota all’epoca di Renzi. No, non credo proprio che documentari come questi passeranno mai su Mamma Rai o su Mediaset. Potrebbero indurre, dando un’informazione corretta e approfondita, qualcuno a pensare. Il peccato più grave per chi ci governa e a sua volta si dimostra scarsamente propenso a tale esercizio.

Segnalo per finire che un incontro con le organizzazioni delle donne curde è stato promosso dall’Associazione dei giuristi democratici, dell’Associazione Europa Levante, dall’Unione di informazione del Kurdistan in Italia e da altri per sabato 11 ottobre presso la Casa internazionale delle donne di Roma.

Fabio Marcelli -Il Fatto Quotidiano

La grande finzione di Frontex Plus e le responsabilità dell’Europa »

Il testo integrale dell’intervento di Barbara Spinelli, eletta al Parlamento europeo dalla lista “l’altra Europa con Tsipras”  alla conferenza “Frontera Sur ¿Hay alternativas?”. Un tema centrale per una politica europea, e per un contributo non cabarettistico dell’Italia. 

La conferenza è stata organizzata al Parlamento europeo da Migreurop, Andalucia Agoge, ADPHA, CEAR, Elin, S.O.S Racismo, con la collaborazione di PICUM, ECRE, AEDH e SJM Espana. Bruxelles, 10 settembre 2014

Fra pochi giorni, tra il primo e il 5 ottobre, molti di noi si troveranno a Lampedusa per il Sabir Festival-Forum, su invito del sindaco Giusy Nicolini, dell’Arci e del Comitato 3 ottobre, nato all’indomani della grande strage di migranti dello scorso anno (400 persone vi persero la vita) per rappresentare i familiari delle vittime. L’occasione è importante, perché siamo in una vera situazione di emergenza. Lampedusa è diventata in questi anni il nostro muro della vergogna: 20mila morti dal 1988 a oggi, quasi 1900 negli ultimi sette mesi, circa 1600 negli ultimi tre. Malgrado le tante parole di cordoglio e di allarme dette dai governanti, il 2014 è un anno record per l’ecatombe di migranti e fuggitivi.

Prima dell’estate, assieme a due rappresentati della Lista italiana L’Altra Europa con Tsipras – Guido Viale e Daniela Padoan – ho lanciato un appello rivolto al Parlamento europeo in occasione del semestre italiano di Presidenza europea, in cui si chiede di porre immediatamente fine a tale vergogna, di abbattere questo muro e di creare al suo posto un vero e proprio corridoio umanitario che permetta ai migranti la fuga da guerre, carestie, disastri climatici. 
I corridoi umanitari vengono in genere garantiti in situazioni di guerra, dove le fughe rischiano di avvenire nel caos o nella costrizione, ammassando i fuggitivi in campi di detenzione e lasciandoli perire. Quella che viviamo è una situazione di guerra. È la “terza guerra a pezzetti”, o a “episodi”, di cui ha parlato Papa Francesco nel suo recente viaggio in Corea. Guerra non dichiarata, guerra dove non si combatte, ma guerra pur sempre. La strage che ne è il prodotto è vissuta dai governi europei e dall’Unione come una fatalità, perché altrimenti non si spiegano le varie misure fin qui adottate o in via di adozione, che – invece di proporsi la fine dell’ecatombe – l’accettano e addirittura l’estendono.

Nella guerra – si dice – la prima vittima è la verità. Ma sono anche vittime, e in prima linea, la legalità, i diritti delle persone che pretendiamo di tutelare da respingimenti arbitrari con la nostra Carta dei diritti fondamentali (articolo 19) [1] e anche con il nostro Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (articolo 80), che parla di solidarietà finanziaria in casi di necessità. [2]

Non creare corridoi umanitari presidiati dall’Unione e dall’ONU, come proposto nel nostro appello e in tanti altri, vuol dire una cosa precisa: lasciare alla malavita e alle mafie italiane e internazionali il monopolio nella gestione dei migranti, dei loro spostamenti e, in definitiva, delle loro stesse vite.

Nel presentare i programmi del semestre, il Presidente del consiglio italiano ha detto con una certa enfasi che l’Europa è un “faro di civiltà”, che incarna la “globalizzazione della civilizzazione”. Cominciamo con il dire a noi stessi che parole simili sono del tutto vane – ecco la verità che muore nelle guerre a episodi – se non riconosciamo che è vero il contrario: che se il Mediterraneo continua a riempirsi di persone morte perché non salvate, quello che vediamo non è la luce d’un faro: come abbiamo scritto nel nostro appello, “nella luce che la nostra civiltà pretende esportare si disvela il nostro cuore di tenebra”.

La prova, l’abbiamo avuta nelle ultime settimane. Lo spettacolo politico cui abbiamo assistito è stato, dal mio punto di vista, una vera sagra delle ipocrisie, delle menzogne: una tragica commedia degli inganni. Quando a Lampedusa avvenne la grande ecatombe del 3 ottobre 2013, venne istituita l’operazione Mare Nostrum. È lo stesso capo di stato maggiore della Marina Militare italiana, Giuseppe De Giorgi, a dire che grazie a essa sono stati salvati 113mila immigrati. Sia la Marina, sia le associazioni della società civile che si occupano di immigrazione – e in primis l’ASGI, Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, chiedevano e chiedono tuttora la trasformazione dell’operazione in una missione europea e multinazionale.

Non sono stati ascoltati, ed è qui che scatta la fiera delle vanità, delle ipocrisie. L’Unione europea (Commissione e governi) tesse le lodi di Mare Nostrum, ma al contempo è decisa a lanciare un’altra operazione, di segno radicalmente diverso: Frontex Plus. Non abbiamo i mezzi né la volontà politica di sostituire Mare Nostrum, dice il commissario europeo per gli affari interni Cecilia Malmström, e fa capire che la differenza sarà enorme: Mare nostrum era dedito alla ricerca e salvataggio (search and rescue) dei fuggitivi, Frontex Plus al pattugliamento e controllo delle coste della Fortezza Europa e dei suoi nuovi muri. Mare Nostrum si avventurava in acque internazionali fino a 170 miglia dalla costa, Frontex Plus non s’azzarderà oltre le acque territoriali europee (12 miglia). E resteranno i campi di detenzione, dove vengono gettate le persone in fuga, compresi i bambini che nell’esodo hanno perso i genitori. 
La cosa più scandalosa è che la presidenza italiana presenta Frontex Plus come un grande successo, quasi fosse stata decisa l’europeizzazione di Mare Nostrum. Risultato: Mare Nostrum presto sarà affossato e i morti nel Mediterraneo aumenteranno. La cosa è detta e non detta, ma è evidente. Si fingerà che ci sia stata un’europeizzazione della responsabilità di soccorso dei migranti. Il ministro italiano della difesa, Roberta Pinotti, è giunta sino a dire che per proteggere le nostre coste dovrebbero intervenire forze della Nato.

In questa grande finzione non si esita a usare gli argomenti più strampalati, anch’essi menzogneri. Mare Nostrum con le sue azioni di ricerca e salvataggio avrebbe aumentato le fughe e anche i rischi di morte, perché i trafficanti userebbero barconi ancora più insicuri e malandati, dando per scontato che i salvataggi comunque si continueranno a fare. È strano come l’argomento dell’azzardo morale (chi contrae una polizza non fa attenzione ai propri comportamenti viziosi, sapendo di esser coperto dall’assicurazione) sia divenuto la parola d’ordine e la filosofia dell’Unione: in economia come nella politica di immigrazione e asilo.

Tutti i dati e i rapporti delle associazioni più accreditate lo confermano: se le fughe aumentano, non è a causa di Mare Nostrum ma per un semplice motivo. Alle nostre frontiere – nel nostro “estero vicino” – le guerre semplicemente continuano. E continua la degradazione del clima, così come la spoliazione economica, che spinge tanti all’esodo.

Le due cose sono legate: l’assoluta assenza dell’Europa quando sono in gioco pace e guerra (a Gaza come in Iraq, in Libia come in Ucraina) e il muro che stiamo innalzando per rendere inaccessibile la fortezza Europa. E perché c’è questa assenza? Perché a queste guerre, ai disastri economici di tanti paesi dell’Africa del Nord, al caos che si è creato in Libia, paese dove lo Stato s’è sfasciato e che resta tuttavia il punto di partenza del più grande numero di migranti, buona parte degli Stati europei hanno partecipato in prima persona e partecipano ancora. I mali da cui vengono i milioni di profughi li abbiamo fabbricati anche noi, con le nostre mani. Verso di loro ci stiamo macchiando di quello che lo scrittore Herman Broch chiamò, agli albori del nazismo, il peggiore dei crimini: il crimine di indifferenza.

È per questo che ritengo importante la richiesta di istituire un Tribunale internazionale d’opinione per i nuovi desaparecidos del Mediterraneo, avanzata da Enrico Calamai (che fu console italiano in Argentina durante il golpe del 1976 e salvò tanti giovani oppositori dalla politica di scomparsa organizzata dal regime militare): l’obiettivo è procedere, ascoltando le testimonianze dei familiari e dei sopravvissuti, a una sorta di istruttoria che verifichi responsabilità e omissioni non solo degli “scafisti”, ma anche – e soprattutto – dei governi e degli organismi internazionali; che chiami a rispondere, nominandolo, chi rende possibile un crimine di massa, un eccidio governato in modo che ci divenga abituale, fino a farci considerare legittimo il reato di omissione di soccorso.

Note
[1] Articolo 19: Protezione in caso di allontanamento, di espulsione e di estradizione.
1. Le espulsioni collettive sono vietate.
2. Nessuno può essere allontanato, espulso o estradato verso uno Stato in cui esiste un rischio serio di essere sottoposto alla pena di morte, alla tortura o ad altre pene o trattamenti inumani o degradanti.

[2] Articolo 80: Le politiche dell’Unione sono governate dal principio di solidarietà e di equa ripartizione della responsabilità tra gli Stati membri, anche sul piano finanziario.
 

Istat: dal nuovo Pil 59 miliardi in pi. Sommerso e illegalit valgono il 12,4% »

Il Pil del 2011 sale di 59 miliardi di euro, il 3,7% in più rispetto al valore precedente. Questo è il principale effetto della rivalutazione effettuata dall’Istat a seguito dei cambiamenti introdotti dal Sec 2010 al sistema di misurazione e alle innovazioni introdotte dall’Istituto nazionale di statistica. Per effetto della rivalutazione il Pil italiano del 2011 è ora stimato a 1.638,9 miliardi, contro i 1.579,9 miliardi della stima contenuta nel Sec 95.

Cosa ha contribuito alla rivalutazione del Pil 
Alla rivalutazione del Pil del 2011 hanno contribuito per 1,6 punti percentuali (24,6 miliardi di euro) le modifiche dovute alle innovazioni metodologiche introdotte dal Sec 2010. In particolare la quota preponderante (1,3 punti percentuali, pari a 20,6 miliardi) è attribuibile alla capitalizzazione delle spese per ricerca e sviluppo. La revisione, spiega l’Istat, deriva per ulteriori 0,8 punti percentuali dall’inclusione di alcune attività illegali come la commercializzazione della droga, la prostituzione e il contrabbando di sigarette, che contribuiscono alla rivalutazione del Pil per 15,5 miliardi (10,5 miliardi dal commercio di droga, 3,5 miliardi dalla prostituzione e 0,3 miliardi dal contrabbando di sigarette). La parte restante della rivalutazione, corrispondente a 1,3 punti percentuali deriva dalla combinazione di numerosi effetti dovuti alle innovazioni introdotte nelle fonti e nelle metodologie nazionali. In questo ambito va inclusa la nuova stima dell’economia sommersa la cui quota sul nuovo livello di Pil risulta pari all’11,5%. Aggiungendo a questa componente anche l’economia illegale si arriva a una incidenza sul Pil della cosiddetta “economia non osservata” pari al 12,4 per cento.

Il 22 settembre la serie aggiornata al 2013 
Il Pil, la misura principe dell’economia, è dunque cambiato. O meglio è stato rinnovato il metodo di calcolo. Si parte da oggi e l’anno ‘zero’, scelto come base, per riponderare tutti i conti nazionali è il 2011. La serie annuale aggiornata al 2013 sarà invece diffusa il 22 settembre, una data attesa anche dal Governo per mettere a punto il Documento di Economia e Finanza (Def), slittato al primo ottobre proprio per tenerne conto. Altra tappa cardine è il 15 ottobre, quando arriveranno anche i dati trimestrali sul 2014. Fra le altre il restyling - che vale per tutti i Paesi dell’Unione europea - sposta le spese per ricerca e innovazione dalla colonna dei costi a quella degli investimenti, lo stesso fa per gli armamenti. Secondo uno studio della Commissione Ue gli impatti sul livello del Pil variano da Paese a Paese.

Economia sommersa e illegalità valgono oltre 200 miliardi 
Ricapitoliamo nel dettaglio i numeri. La nuova stima dell’economia sommersa è pari a circa 187 miliardi, l’11,5% del Pil 2011. Sono le somme connesse a lavoro irregolare e sottodichiarazione. A questo si può aggiungere l’illegalità (droga, prostituzione e contrabbando), per un combinato, l’economia non osservata, di oltre 200 miliardi (12,4% del Pil). L’illegalità entra nel Pil, secondo le linee guida di Eurostat. L’inclusione riguarda droga, prostituzione e contrabbando di sigarette, che contribuiscono alla rivalutazione del Pil per 1,0 punti percentuali, ovvero 15,5 miliardi di euro (compreso l’indotto della produzione di beni e servizi legali).

Per effetto del ricalcolo il rapporto deficit/Pil migliora di 0,2 punti percentuali 
Il rapporto deficit/Pil del 2011 migliora di 0,2 punti percentuali al 3,5%. È questo uno dei principali effetti del ricalcolo del Pil per il 2011 comunicato oggi dall’Istat. Tra gli altri elementi del conto economico emerge che il saldo primario resta invariato all’1,2% del Pil (sempre nel 2011) mentre la pressione fiscale migliora di 0,9 punti percentuali al 41,6% del Pil.


9 settembre 2014

La febbre da sviluppo infiamma il pianeta
Ecologia. Le emissioni di gas serra nel 2013 hanno superato livelli record. Lo riferisce l’Organizzazione meteorologica mondiale: “Il tempo è scaduto, le leggi della fisica non sono negoziabili”
I demiur­ghi della cre­scita ad ogni costo, i prin­ci­pali respon­sa­bili della cata­strofe pla­ne­ta­ria, pos­sono ben dirsi sod­di­sfatti per­ché nel mondo final­mente c’è qual­cosa che cre­sce senza limiti: il livello di gas serra nell’atmosfera. La con­ferma arriva dall’Annual Gree­n­house Gas Bul­let­tin pub­bli­cato dalla World Meteo­ro­lo­gi­cal Orga­ni­za­tion: “Il livello di gas serra nell’atmosfera ha rag­giunto un nuovo picco nel 2013, a causa del rialzo acce­le­rato delle con­cen­tra­zioni di bios­sido di car­bo­nio” (CO2). Una situa­zione che costringe la Wmo a lan­ciare ancora una volta il solito allarme sot­to­li­neando “la neces­sità di un’azione inter­na­zio­nale con­cer­tata di fronte all’accelerazione dei cam­bia­menti cli­ma­tici, i cui effetti potreb­bero essere deva­stanti, si dimo­stra sem­pre più urgente”.

E le deva­sta­zioni non sono il frutto di elu­cu­bra­zioni cata­stro­fi­ste da con­ve­gno, basta vedere cosa è acca­duto solo pochi giorni fa nel Gar­gano, qui in Ita­lia, dove tutti i governi con­ti­nuano a per­se­guire una poli­tica ener­ge­tica che con­tri­buirà ad aumen­tare le emis­sioni di gas clima alte­rante. “Alla luce di que­sti dati — com­men­tano Roberto Della Seta e Fran­ce­sco Fer­rante di Green Ita­lia — le ultime misure di poli­tica ener­ge­tica dell’Italia appa­iono ancora più scon­si­de­rate: l’apertura di una sta­gione di tri­vel­la­zioni petro­li­fere per aumen­tare l’utilizzo di idro­car­buri e la scelta di pri­vi­le­giare il tra­sporto su gomma qua­li­fi­cano il governo Renzi come peri­co­lo­sa­mente sbi­lan­ciato a favore del fos­sile e dell’aumento della CO2”. Di punto di non ritorno e di neces­sità di un radi­cale cam­bio di mar­cia parla il verde Angelo Bonelli, che si rivolge al pre­si­dente del Con­si­glio: “In qua­lità di pre­si­dente di turno dell’Unione euro­pea chie­diamo che si fac­cia subito pro­mo­tore di una con­fe­renza sui cam­bia­menti cli­ma­tici in cui l’Europa torni ad essere capo­fila nella bat­ta­glia per sal­vare il pianeta”.

Per il segre­ta­rio gene­rale dell’Organizzazione meteo­ro­lo­gica mon­diale, Michel Jar­raud, il tempo è già sca­duto. “Sap­piamo con cer­tezza che il clima sta cam­biando — spiega — e che le con­di­zioni meteo­ro­lo­gi­che diven­tano più estreme a causa di atti­vità umane come lo sfrut­ta­mento dei com­bu­sti­bili fos­sili. La con­cen­tra­zione di CO2 nell’atmosfera, lungi dal dimi­nuire, l’anno scorso è aumen­tata ad un ritmo ine­gua­gliato da 30 anni. Dob­biamo inver­tire que­sta ten­denza ridu­cendo le emis­sioni di CO2 e di altri gas serra in tutti i set­tori di atti­vità”. L’appello di Jar­raud è dispe­rato: “Il tempo gioca con­tro di noi. Il bios­sido di car­bo­nio resta per cen­ti­naia di anni nell’atmosfera ed ancora più a lungo nell’oceano. L’effetto cumu­lato delle emis­sioni pas­sate, pre­senti e future di que­sto gas si riper­cuo­terà sia sul riscal­da­mento del clima che sull’acidificazione degli oceani. Le leggi della fisica non sono nego­zia­bili”. Quanto ai “deci­sori poli­tici”, come li chiama Jar­raud, o ai nega­zio­ni­sti, “essere igno­ranti non può più essere una scusa per non agire”. Il Gree­n­hose Gas Bul­le­tin, infatti, oltre a misu­rare la feb­bre alla terra, for­ni­sce anche le con­tro­mi­sure per man­te­nere il riscal­da­mento glo­bale entro i 2 gradi Cel­sius (3,6 gradi Fah­ren­heit), come sta­bi­lito dall’Onu nel 2010.

Un dato è certo: il 2013 è stato l’anno più inqui­nato degli ultimi 30 anni. Le emis­sioni che riscal­dano il clima sono cre­sciute del 34% tra il 1990 ed il 2013 a causa dei gas serra per­si­stenti come il bios­sido di car­bo­nio (CO2), il metano (CH4) e il pro­tos­sido di azoto (N20). Nel 2013 la media mon­diale di CO2 in atmo­sfera era di 396,0 parti per milione (2,9 ppm in più che nel 2012), e se si dovesse man­te­nere que­sto livello di cre­scita nei pros­simi due anni potrebbe essere supe­rata la soglia delle 400 ppm. Le emis­sioni del metano, secondo gas serra per impor­tanza, per il 60% dipen­dono da atti­vità umane (alle­va­menti di bestiame, sfrut­ta­mento com­bu­sti­bili fos­sili, disca­ri­che, com­bu­stione di bio­masse): nel 2013 ha rag­giunto un picco di 1.824 parti per miliardo, dopo un periodo di sta­bi­liz­za­zione che durava dal 2007. Quanto al pro­tos­sido di azoto, la cui pro­du­zione per il 40% pro­viene da con­cimi, bio­masse e indu­strie, rap­pre­senta il gas più impat­tante sul clima (su un periodo di cento anni risulta 298 volte supe­riore all’impatto della CO2).

Sono dati che non sor­pren­dono Ser­gio Castel­lari, ricer­ca­tore del Cen­tro Euro­me­di­ter­ra­neo sui Cam­bia­menti Cli­ma­tici: “Il trend delle emis­sioni è in linea con lo sce­na­rio peg­giore ela­bo­rato dai cli­ma­to­logi mon­diali. La crisi eco­no­mica ha ral­len­tato il trend di cre­scita delle emis­sioni solo per un paio di anni, le emis­sioni oggi sono molto più alte di venti anni fa”. Il tempo stringe. La pros­sima occa­sione di nego­ziato, in vista della con­fe­renza di Parigi alla fine del 2015, sarà in Perù nel mese di dicem­bre. Ma sarà molto com­pli­cato tro­vare solu­zioni legal­mente vin­co­lanti per tutti i paesi, soprat­tutto per i cosid­detti “emer­genti” come Cina e India che ogni anno emet­tono le per­cen­tuali più impor­tanti di gas serra (insieme agli Usa). Troppi inte­ressi diver­genti con­vi­vono dram­ma­ti­ca­mente sullo stesso pic­colo pianeta.

La febbre da sviluppo infiamma il pianeta

Ecologia. Le emissioni di gas serra nel 2013 hanno superato livelli record. Lo riferisce l’Organizzazione meteorologica mondiale: “Il tempo è scaduto, le leggi della fisica non sono negoziabili”

I demiur­ghi della cre­scita ad ogni costo, i prin­ci­pali respon­sa­bili della cata­strofe pla­ne­ta­ria, pos­sono ben dirsi sod­di­sfatti per­ché nel mondo final­mente c’è qual­cosa che cre­sce senza limiti: il livello di gas serra nell’atmosfera. La con­ferma arriva dall’Annual Gree­n­house Gas Bul­let­tin pub­bli­cato dalla World Meteo­ro­lo­gi­cal Orga­ni­za­tion: “Il livello di gas serra nell’atmosfera ha rag­giunto un nuovo picco nel 2013, a causa del rialzo acce­le­rato delle con­cen­tra­zioni di bios­sido di car­bo­nio” (CO2). Una situa­zione che costringe la Wmo a lan­ciare ancora una volta il solito allarme sot­to­li­neando “la neces­sità di un’azione inter­na­zio­nale con­cer­tata di fronte all’accelerazione dei cam­bia­menti cli­ma­tici, i cui effetti potreb­bero essere deva­stanti, si dimo­stra sem­pre più urgente”.

E le deva­sta­zioni non sono il frutto di elu­cu­bra­zioni cata­stro­fi­ste da con­ve­gno, basta vedere cosa è acca­duto solo pochi giorni fa nel Gar­gano, qui in Ita­lia, dove tutti i governi con­ti­nuano a per­se­guire una poli­tica ener­ge­tica che con­tri­buirà ad aumen­tare le emis­sioni di gas clima alte­rante. “Alla luce di que­sti dati — com­men­tano Roberto Della Seta e Fran­ce­sco Fer­rante di Green Ita­lia — le ultime misure di poli­tica ener­ge­tica dell’Italia appa­iono ancora più scon­si­de­rate: l’apertura di una sta­gione di tri­vel­la­zioni petro­li­fere per aumen­tare l’utilizzo di idro­car­buri e la scelta di pri­vi­le­giare il tra­sporto su gomma qua­li­fi­cano il governo Renzi come peri­co­lo­sa­mente sbi­lan­ciato a favore del fos­sile e dell’aumento della CO2”. Di punto di non ritorno e di neces­sità di un radi­cale cam­bio di mar­cia parla il verde Angelo Bonelli, che si rivolge al pre­si­dente del Con­si­glio: “In qua­lità di pre­si­dente di turno dell’Unione euro­pea chie­diamo che si fac­cia subito pro­mo­tore di una con­fe­renza sui cam­bia­menti cli­ma­tici in cui l’Europa torni ad essere capo­fila nella bat­ta­glia per sal­vare il pianeta”.

Per il segre­ta­rio gene­rale dell’Organizzazione meteo­ro­lo­gica mon­diale, Michel Jar­raud, il tempo è già sca­duto. “Sap­piamo con cer­tezza che il clima sta cam­biando — spiega — e che le con­di­zioni meteo­ro­lo­gi­che diven­tano più estreme a causa di atti­vità umane come lo sfrut­ta­mento dei com­bu­sti­bili fos­sili. La con­cen­tra­zione di CO2 nell’atmosfera, lungi dal dimi­nuire, l’anno scorso è aumen­tata ad un ritmo ine­gua­gliato da 30 anni. Dob­biamo inver­tire que­sta ten­denza ridu­cendo le emis­sioni di CO2 e di altri gas serra in tutti i set­tori di atti­vità”. L’appello di Jar­raud è dispe­rato: “Il tempo gioca con­tro di noi. Il bios­sido di car­bo­nio resta per cen­ti­naia di anni nell’atmosfera ed ancora più a lungo nell’oceano. L’effetto cumu­lato delle emis­sioni pas­sate, pre­senti e future di que­sto gas si riper­cuo­terà sia sul riscal­da­mento del clima che sull’acidificazione degli oceani. Le leggi della fisica non sono nego­zia­bili”. Quanto ai “deci­sori poli­tici”, come li chiama Jar­raud, o ai nega­zio­ni­sti, “essere igno­ranti non può più essere una scusa per non agire”. Il Gree­n­hose Gas Bul­le­tin, infatti, oltre a misu­rare la feb­bre alla terra, for­ni­sce anche le con­tro­mi­sure per man­te­nere il riscal­da­mento glo­bale entro i 2 gradi Cel­sius (3,6 gradi Fah­ren­heit), come sta­bi­lito dall’Onu nel 2010.

Un dato è certo: il 2013 è stato l’anno più inqui­nato degli ultimi 30 anni. Le emis­sioni che riscal­dano il clima sono cre­sciute del 34% tra il 1990 ed il 2013 a causa dei gas serra per­si­stenti come il bios­sido di car­bo­nio (CO2), il metano (CH4) e il pro­tos­sido di azoto (N20). Nel 2013 la media mon­diale di CO2 in atmo­sfera era di 396,0 parti per milione (2,9 ppm in più che nel 2012), e se si dovesse man­te­nere que­sto livello di cre­scita nei pros­simi due anni potrebbe essere supe­rata la soglia delle 400 ppm. Le emis­sioni del metano, secondo gas serra per impor­tanza, per il 60% dipen­dono da atti­vità umane (alle­va­menti di bestiame, sfrut­ta­mento com­bu­sti­bili fos­sili, disca­ri­che, com­bu­stione di bio­masse): nel 2013 ha rag­giunto un picco di 1.824 parti per miliardo, dopo un periodo di sta­bi­liz­za­zione che durava dal 2007. Quanto al pro­tos­sido di azoto, la cui pro­du­zione per il 40% pro­viene da con­cimi, bio­masse e indu­strie, rap­pre­senta il gas più impat­tante sul clima (su un periodo di cento anni risulta 298 volte supe­riore all’impatto della CO2).

Sono dati che non sor­pren­dono Ser­gio Castel­lari, ricer­ca­tore del Cen­tro Euro­me­di­ter­ra­neo sui Cam­bia­menti Cli­ma­tici: “Il trend delle emis­sioni è in linea con lo sce­na­rio peg­giore ela­bo­rato dai cli­ma­to­logi mon­diali. La crisi eco­no­mica ha ral­len­tato il trend di cre­scita delle emis­sioni solo per un paio di anni, le emis­sioni oggi sono molto più alte di venti anni fa”. Il tempo stringe. La pros­sima occa­sione di nego­ziato, in vista della con­fe­renza di Parigi alla fine del 2015, sarà in Perù nel mese di dicem­bre. Ma sarà molto com­pli­cato tro­vare solu­zioni legal­mente vin­co­lanti per tutti i paesi, soprat­tutto per i cosid­detti “emer­genti” come Cina e India che ogni anno emet­tono le per­cen­tuali più impor­tanti di gas serra (insieme agli Usa). Troppi inte­ressi diver­genti con­vi­vono dram­ma­ti­ca­mente sullo stesso pic­colo pianeta.

Abdullah Öcalan – Scritti dal Carcere - Invito alla presentazione
Il leader kurdo Abdullah Öcalan è detenuto in isolamento sull’isola-prigione di Imrali in Turchia dal 1999, da quando l’Europa e l’Italia rifiutarono di accoglierlo e di operare per una soluzione politica da lui proposta alla questione kurda. Da allora ha scritto diversi libri – saggi storici, analisi politiche, proposte concrete di soluzione del conflitto – per continuare a dare un contributo alla soluzione kurda,parallelamente all’avvio di negoziati con lo stato turco.
E’ oggi possibile anche in Italia conoscere di più del suo pensiero e dei suoi scritti grazie alla pubblicazione in italiano di due suoi testi, riuniti sotto la collana “Scritti dal carcere” pubblicata dalle edizioni Punto Rosso: Il PKK e la Questione Kurda nel XXI secolo, e La Roadmap verso i negoziati. Un primo testo era uscito nel 2011 con il titolo Gli eredi di Gilgamesh.
Interverranno
Havin Gusener (Edizioni Iniziativa Internazionale per la libertà di Ocalan)Luigi Vinci (Ass. Cult. Punto Rosso e già parlamentare Europeo)
Cagliari – Lunedi 15 settembre ore 16
Facoltà di Scienze politiche, Via Sant’Ignazio 78presenta e introduce Simona Deidda, ricercatrice universitaria
Nuoro – Martedi 16 settembre ore 17
Biblioteca Sebastiano Satta, Piazza Asproni 2presenta e introduce Avv. Stefano Mannironi, Rete italiana di solidarietà con il popolo kurdo
Organizzano Associazione Sarda Contro l’Emarginazione, Edizioni Punto Rosso,UIKI Onlus Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia
“È diventato una voce per la pace, un leader disponibile ad offrire una mano amica a coloro contro i quali ha combattuto per la maggior parte della sua vita”
Gerry Adams, Presidente dello Sinn Féin
“Öcalan è il Gramsci dei nostri tempi”Prof. Tamir Bar-On, Monterrey Institute of Technology, Queretaro, Mexico
ASCE Associazione Sarda Contro l’Emarginazione
Vico San Nicolò n°3 09047 SELARGIUS tel.070 846281 fax 070 8488368 E-mail: asce.onlus@tiscalinet.it
UIKI Onlus Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia - http://www.uikionlus.com/

Associazione Culturale Punto Rosso – Edizioni Punto RossoVia G. Pepe 14, 20159 Milano – Tel. 02/87234046 – info@puntorosso.it – www.puntorosso.it

Abdullah Öcalan – Scritti dal Carcere - Invito alla presentazione

Il leader kurdo Abdullah Öcalan è detenuto in isolamento sull’isola-prigione di Imrali in Turchia dal 1999, da quando l’Europa e l’Italia rifiutarono di accoglierlo e di operare per una soluzione politica da lui proposta alla questione kurda. Da allora ha scritto diversi libri – saggi storici, analisi politiche, proposte concrete di soluzione del conflitto – per continuare a dare un contributo alla soluzione kurda,parallelamente all’avvio di negoziati con lo stato turco.

E’ oggi possibile anche in Italia conoscere di più del suo pensiero e dei suoi scritti grazie alla pubblicazione in italiano di due suoi testi, riuniti sotto la collana “Scritti dal carcere” pubblicata dalle edizioni Punto Rosso: Il PKK e la Questione Kurda nel XXI secolo, e La Roadmap verso i negoziati. Un primo testo era uscito nel 2011 con il titolo Gli eredi di Gilgamesh.

Interverranno

Havin Gusener (Edizioni Iniziativa Internazionale per la libertà di Ocalan)
Luigi Vinci (Ass. Cult. Punto Rosso e già parlamentare Europeo)

Cagliari – Lunedi 15 settembre ore 16

Facoltà di Scienze politiche, Via Sant’Ignazio 78
presenta e introduce Simona Deidda, ricercatrice universitaria

Nuoro – Martedi 16 settembre ore 17

Biblioteca Sebastiano Satta, Piazza Asproni 2
presenta e introduce Avv. Stefano Mannironi, Rete italiana di solidarietà con il popolo kurdo

Organizzano Associazione Sarda Contro l’Emarginazione, Edizioni Punto Rosso,UIKI Onlus Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia

“È diventato una voce per la pace, un leader disponibile ad offrire una mano amica a coloro contro i quali ha combattuto per la maggior parte della sua vita”

Gerry Adams, Presidente dello Sinn Féin

“Öcalan è il Gramsci dei nostri tempi”
Prof. Tamir Bar-On, Monterrey Institute of Technology, Queretaro, Mexico


ASCE Associazione Sarda Contro l’Emarginazione

Vico San Nicolò n°3 09047 SELARGIUS tel.070 846281 fax 070 8488368 E-mail: asce.onlus@tiscalinet.it

UIKI Onlus Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia - http://www.uikionlus.com/

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Bahrein: attivista per i diritti umani in carcere
Maryam Al-Khawaja, codirettrice del Centro per i diritti umani del Golfo e figlia del prigioniero di coscienza Abdulhadi Al-Khawaja, è stata arrestata il 30 agosto al suo arrivo all’aeroporto internazionale Bahrein di Manama. È prigioniera di coscienza, detenuta a causa del suo lavoro sui diritti umani.Di doppia nazionalità, danese e bahreinita, Maryam Al-Khawaja, è stata arrestata nelle prime ore del 30 agosto all’arrivo all’aeroporto internazionale Bahrein di Manama, la capitale, dopo essere stata perquisita da agenti di polizia ed essersi, a quanto pare, rifiutata di consegnare il suo cellulare. Inizialmente le è stato detto che c’era una causa in corso contro di lei. La notte stessa Maryam Al-Khawaja è stata interrogata dal pubblico ministero, in presenza del suo avvocato, rispetto a quanto accaduto in aeroporto. Maryam si è rifiutata di rispondere alle domande del pubblico ministero perché le era stato vietato di parlare con il suo avvocato prima o durante l’interrogatorio. È stata accusata di “aver aggredito agenti di polizia nell’esercizio delle loro funzioni” e trattenuta per sette giorni in attesa di indagini. Il pubblico ministero ha dichiarato pubblicamente che era disponibile una relazione medica su uno degli agenti. Maryam Al-Khawaja ha negato tutte le accuse. Attualmente si trova nel centro di detenzione femminile Issa, a sud di Manama, e il 6 settembre é comparsa davanti al pubblico ministero, ma il processo è stato rinviato e la detenzione prolungata di 10 giorni.ll 4 settembre il pubblico ministero ha risposto a una lettera di Amnesty International, che chiedeva chiarimenti sui motivi dell’arresto e sull’attuale status giuridico di Maryam Al-Khawaja. La  risposta è stata che Maryam Al-Khawaja era arrivata in aeroporto con un passaporto danese senza visto. Inoltre, si aggiungeva che aveva umiliato e aggredito agenti di polizia quando le era stato detto che aveva bisogno di un visto. Nella risposta non vi erano dettagli delle lesioni né una copia del referto medico, come richiesto. Amnesty International ritiene che Maryam Al-Khawaja sia presa di mira per aver denunciato continuamente le violazioni dei diritti umani che avvengono in Bahrein dal 2011 e che l’accusa di aver aggredito agenti di polizia appaia ingiustificata.Maryam Al-Khawaja era arrivata in Bahrein per fare visita a suo padre, Abdulhadi Al-Khawaja,   prigioniero di coscienza detenuto nel carcere di Jaww e in sciopero della fame dal 25 agosto per protestare contro il suo arresto e la sua detenzione arbitraria.
King                                                                         Shaikh Hamad bin ‘Issa Al Khalifa            Office of His Majesty the King                P.O. Box 555                                              Rifa’a Palace, al-Manama, Bahrain           Fax: + 973 1766 4587                                Maestà, Le scrivo in quanto sostenitore di Amnesty International, l’organizzazione non governativa che dal 1961 lavora in difesa dei diritti umani, ovunque siano violati.  Le chiedo di rilasciare immediatamente e senza condizioni Maryam Al-Khawaja, prigioniera di coscienza presa di  mira per il suo duraturo attivismo pacifico.La sollecito a proteggerla, nel frattempo, da tortura e altri maltrattamenti.La ringrazio per l’attenzione.
Firma subito l’appello

Bahrein: attivista per i diritti umani in carcere

Maryam Al-Khawaja, codirettrice del Centro per i diritti umani del Golfo e figlia del prigioniero di coscienza Abdulhadi Al-Khawaja, è stata arrestata il 30 agosto al suo arrivo all’aeroporto internazionale Bahrein di Manama. È prigioniera di coscienza, detenuta a causa del suo lavoro sui diritti umani.

Di doppia nazionalità, danese e bahreinita, Maryam Al-Khawaja, è stata arrestata nelle prime ore del 30 agosto all’arrivo all’aeroporto internazionale Bahrein di Manama, la capitale, dopo essere stata perquisita da agenti di polizia ed essersi, a quanto pare, rifiutata di consegnare il suo cellulare. 

Inizialmente le è stato detto che c’era una causa in corso contro di lei. La notte stessa Maryam Al-Khawaja è stata interrogata dal pubblico ministero, in presenza del suo avvocato, rispetto a quanto accaduto in aeroporto. Maryam si è rifiutata di rispondere alle domande del pubblico ministero perché le era stato vietato di parlare con il suo avvocato prima o durante l’interrogatorio. 

È stata accusata di “aver aggredito agenti di polizia nell’esercizio delle loro funzioni” e trattenuta per sette giorni in attesa di indagini. Il pubblico ministero ha dichiarato pubblicamente che era disponibile una relazione medica su uno degli agenti. Maryam Al-Khawaja ha negato tutte le accuse. Attualmente si trova nel centro di detenzione femminile Issa, a sud di Manama, e il 6 settembre é comparsa davanti al pubblico ministero, ma il processo è stato rinviato e la detenzione prolungata di 10 giorni.

ll 4 settembre il pubblico ministero ha risposto a una lettera di Amnesty International, che chiedeva chiarimenti sui motivi dell’arresto e sull’attuale status giuridico di Maryam Al-Khawaja. La  risposta è stata che Maryam Al-Khawaja era arrivata in aeroporto con un passaporto danese senza visto. Inoltre, si aggiungeva che aveva umiliato e aggredito agenti di polizia quando le era stato detto che aveva bisogno di un visto. Nella risposta non vi erano dettagli delle lesioni né una copia del referto medico, come richiesto. 
Amnesty International ritiene che Maryam Al-Khawaja sia presa di mira per aver denunciato continuamente le violazioni dei diritti umani che avvengono in Bahrein dal 2011 e che l’accusa di aver aggredito agenti di polizia appaia ingiustificata.

Maryam Al-Khawaja era arrivata in Bahrein per fare visita a suo padre, Abdulhadi Al-Khawaja,   prigioniero di coscienza detenuto nel carcere di Jaww e in sciopero della fame dal 25 agosto per protestare contro il suo arresto e la sua detenzione arbitraria.

King                                                                        
Shaikh Hamad bin ‘Issa Al Khalifa            
Office of His Majesty the King                
P.O. Box 555                                              
Rifa’a Palace, al-Manama, Bahrain           
Fax: + 973 1766 4587    
                           
Maestà, 

Le scrivo in quanto sostenitore di Amnesty International, l’organizzazione non governativa che dal 1961 lavora in difesa dei diritti umani, ovunque siano violati.  

Le chiedo di rilasciare immediatamente e senza condizioni Maryam Al-Khawaja, prigioniera di coscienza presa di  mira per il suo duraturo attivismo pacifico.

La sollecito a proteggerla, nel frattempo, da tortura e altri maltrattamenti.

La ringrazio per l’attenzione.

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Guerra Ucraina - Interrogazione di Barbara Spinelli »

Audizione ministro degli esteri Federica Mogherini davanti agli eurodeputati italiani – Bruxelles 2 settembre 2014 - Intervento-interrogazione Barbara Spinelli

In un recente incontro informale dei ministri e segretari di stato per gli affari europei cui ho partecipato come vicepresidente della Commissione costituzionale, il 28 e 29 agosto a Milano, ho notato quanto grande sia l’autocompiacimento nell’Unione, non solo sulle strategie economiche anti-crisi ma anche in politica estera e in modo speciale sulla guerra in Ucraina e i rapporti con la Russia. La rapidità con cui sono state adottate le sanzioni contro Mosca sarebbe non solo un atto coraggioso dell’Europa, ma un segno di vitalità, di forza, e di inedita coesione. È un compiacimento che non condivido, come ho avuto l’occasione di dire nella riunione a Milano: la soddisfazione è fuori luogo, e inoltre infeconda. Più che una forza, conferma una debolezza europea che persiste e dura.

Le sanzioni non sono l’equivalente di una politica, se per politica intendiamo agire con cura e conoscenza nei conflitti che tormentano il nostro “estero vicino”, a Est come a Sud dell’Unione. E non sono una politica europea, fintantoché quest’ultima continuerà ad adeguarsi passivamente alla linea statunitense: una linea interessata a integrare di fatto l’Ucraina nella Nato (integrazione respinta dalla metà dei cittadini ucraini, come si deduce dai sondaggi), e dunque a riproporre la guerra fredda con Mosca.

Una politica che sia veramente europea non può esimersi dal compito di pensare finalmente in modo serio i rapporti con la Russia, e in particolare per quanto riguarda Kiev deve avere chiara in mente la natura presente dello Stato ucraino, e la natura che esso dovrebbe darsi in futuro.

Porsi compiti di questo genere significa essenzialmente tre cose:

- primo: significa riconoscere che siamo davanti a una guerra civile dove le responsabilità non sono di una parte soltanto, come pretendono le diplomazie occidentali, l’Unione europea, la Nato. Se Putin gioca sul nazionalismo e sulle divisioni etniche, allo stesso modo sta giocando, e in maniera pesante, il governo ucraino. Quando si parla dunque di pressioni, lo si dica chiaramente: ci sono pressioni da esercitare su Mosca, e altrettante se non più da esercitare su Kiev.

- secondo: significa prendere atto che il governo di Kiev ha attuato una strategia militare pericolosa avvalendosi di milizie di estrema destra. L’esempio più lampante è il battaglione Azov, formazione paramilitare di ispirazione neonazista che risponde al Ministero degli Interni. Contro questa strategia l’Europa tace, come tacciono gli Stati Uniti.

- terzo: questa strategia ha avuto come conseguenza un numero allarmante di vittime civili nel Sud-Est dell’Ucraina, 260.000 sfollati interni e centinaia di migliaia di profughi che fuggono verso la Russia (secondo l’UNHCR, dall’inizio dell’anno più di 121.000 persone hanno richiesto lo status di rifugiato alla Russia, altre 138.000 hanno fatto domanda per altre forme di permessi di residenza, e sono in tutto ben 814.000 i cittadini ucraini russofoni che con status diversi si trovano ora in Russia). Non posso credere, e immagino che anche il ministro Mogherini non possa credere, che tutti questi fuggitivi siano militanti putiniani. Sono ucraini russofoni che si sentono perseguitati e non riconosciuti, e che hanno vissuto e temono vaste operazioni di pulizia etnica.

È una tragica ironia della storia che il modello di federazione su cui la nostra Unione è fondata – una convivenza di culture e lingue diverse che si rispettano reciprocamente – sia proposto oggi non da noi europei, ma da Vladimir Putin. È una tragedia mentale, oltre che politica.

Un’analoga assenza di pensiero forte, e autocritico, è constatabile a Sud dell’Unione: di fronte ai conflitti e al caos che regnano in Siria, Iraq, Libia. Non sono disastri caduti dal cielo: in Iraq come in Libia, stiamo assistendo alle conseguenze di guerre che hanno letteralmente generato Stati fallimentari e caos, nonostante i fuorvianti propositi iniziali. Anche in questo caso è richiesta una politica europea che diventi autonoma dagli Stati Uniti: che abbia cura dei propri interessi e rimetta in questione le scelte degli ultimi tredici anni. I flussi migratori e le fughe in massa di popoli sono un’emergenza di cui siamo in parte responsabili e che dobbiamo affrontare comunque noi, con nostre idee sulla stabilità di quei paesi e con una politica comune dell’immigrazione e dell’asilo. Anche in questo caso, far politica non può riassumersi nella vendita di armi nelle zone di guerra e nella creazione di una fortezza Europa presidiata da agenzie di controllo e pattugliamento delle frontiere come Frontex o Frontex plus. Far politica significa creare, per i profughi che vanno aumentando, corridoi umanitari presidiati dall’Unione europea e dall’Onu, se si vuol evitare che le vie di fuga dalle guerre e da Stati gettati nel caos come la Libia siano monopolizzate dai trafficanti e delle mafie internazionali.