Non è un Paese per donne. Per lo meno, per donne lavoratrici. Per quanto preparate, laureate, le donne non riescono neppure ad avvicinarsi ai livelli di carriera, di guadagno, ma, in generale, di occupazione e tipologia di contratto riservati agli uomini.
È quanto risulta dal terzo Rapporto Bachelor “Giovani laureati in cammino tra Università e carriera”, che ha delineato la situazione occupazionale di un campione (rappresentativo per aree di facoltà e geografica) di mille laureati italiani a distanza di quattro anni dal conseguimento del diploma universitario.

Le differenze di genere emergono subito analizzando le materie scelte dalle donne rispetto agli uomini e questo, forse in parte, può spiegare alcune ripercussioni sulla vita lavorativa. Premettendo che sono più numerose le ragazze che si iscrivono all’Università rispetto ai coetanei, si osserva che il 34,9% delle donne, la maggioranza, ha preferito materie umanistiche. Gli uomini, per quasi la metà del campione, si dividono tra ingegneria e argomenti scientifici (22,5% ciascuno). Le matricole rosa, seguendo i propri interessi e, solo in seconda battuta orientandosi verso il lavoro, hanno riconosciuto di aver scelto facoltà meno richieste e, potendo, cambierebbero.

I neo-laureati si inseriscono prima nel mercato del lavoro, mantengono più a lungo il loro primo impiego e, soprattutto, si occupano sin da subito di qualcosa di adeguato alla propria preparazione. Le differenze più marcate riguardano la retribuzione e la tipologia di contratto a pochi anni dalla laurea. Il 17% delle donne (solo il 7% degli uomini) guadagna meno di 500 euro al mese, la maggioranza del campione maschile ha una retribuzione tra i 1.250 e i 1.500 euro, mentre la maggior parte delle donne si pone nell’intervallo 1.000-1.250 euro. Più in generale il 42% dei laureati guadagna tra 1.250 e 1.750, contro il 28% delle laureate. E la disparità è rilevata anche a parità di ruolo… Per esempio, quando si arriva a svolgere funzioni di quadro, il 21% delle laureate percepisce uno stipendio che supera i 2.000 euro, cosa che ai colleghi maschi accade nel 37% delle occasioni. Fotografando la situazione delle assunzioni emerge che la differenza tra disoccupati e disoccupate è di un 6% (rispettivamente 20% e 26%).

La disparità di genere è netta, però, considerando che metà degli uomini ha un contratto a tempo indeterminato, un privilegio per solo il 27% delle appartenenti al mondo femminile. Inoltre, il 15% delle donne lavora in proprio (solo l’8% degli uomini); più spesso, rispetto ai colleghi, ha un part time (25% rispetto al 7%), ma non per scelta per un 80% dei casi. E’ così comprensibile che il 70% degli uomini si sia dichiarato molto o abbastanza soddisfatto del proprio contratto, mentre si sono espresse nello stesso modo solo la metà delle donne.