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Ieri l’ufficio di presidenza di Montecitorio ha tagliato gli stipendi d’oro degli alti funzionari della Camera dei Deputati. Il partito di Beppe Grillo si è astenuto. Evidentemente in parlamento siedono persone che fanno della lotta agli sprechi solo uno strumento per guadagnare qualche voto durante le elezioni. Non basta urlare allo scandalo se poi non si è coerenti!  Certo, questa non è una misura che cambierà la situazione economica italiana ma è di certo un buon segnale e un buon esempio che la politica dà ai cittadini. Proprio come l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti messo in atto da questo governo.
Alessandra Moretti

Ieri l’ufficio di presidenza di Montecitorio ha tagliato gli stipendi d’oro degli alti funzionari della Camera dei Deputati. Il partito di Beppe Grillo si è astenuto. Evidentemente in parlamento siedono persone che fanno della lotta agli sprechi solo uno strumento per guadagnare qualche voto durante le elezioni. Non basta urlare allo scandalo se poi non si è coerenti!

Certo, questa non è una misura che cambierà la situazione economica italiana ma è di certo un buon segnale e un buon esempio che la politica dà ai cittadini. Proprio come l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti messo in atto da questo governo.

Alessandra Moretti

Art. 18, come funziona nell'Ue - Economia »

Il reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento valutato come illegittimo dal giudice, tema di nuovo al centro del confronto sul Jobs act, la delega sul lavoro che introduce il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, esiste nell’Unione europea oltre che in Italia solo in Austria e in Portogallo.

Ecco in estrema sintesi - secondo quanto spiega il giuslavorista Giampiero Falasca, autore del libro ‘Divieto di assumere’ - cosa succede nei principali paesi Ue in caso di licenziamento valutato come illegittimo dal giudice:

- ITALIA: la legge 604/1966 prevede che il licenziamento individuale possa avvenire solo per giusta causa o giustificato motivo. L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (l. 300/1970) prevede che il giudice che valuti il licenziamento illegittimo ”ordini” al datore di lavoro (nelle aziende con oltre 15 dipendenti) il reintegro del dipendente nel posto di lavoro. Il dipendente può scegliere in alternativa il risarcimento pari a 15 mensilità. Nelle aziende più piccole il lavoratore illegittimamente licenziato ha diritto solo a un risarcimento (da 2,5 a 14 mensilità). La riforma del lavoro del Governo Monti (2012) ha previsto per il licenziamento per giustificato motivo oggettivo giudicato illegittimo, e per gran parte dei licenziamenti disciplinari , la sostituzione del reintegro con un indennizzo tra 12 e 24 mensilità in relazione all’anzianità aziendale del lavoratore e il numero dei dipendenti.

- FRANCIA: Non esiste reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo (salvo i casi di discriminazione o molestie). Si ha diritto a un risarcimento del danno pari a 6 mesi di retribuzione piu’ una quota delle retribuzione per ogni anno di anzianita’ aziendale.

- GERMANIA: il reintegro e’ teoricamente previsto ma il giudice su richiesta delle parti puo’ non disporlo. Per le imprese con più di 10 di dipendenti sono previsti obblighi di consultazione aziendale.

- REGNO UNITO: Il licenziamento è sanzionato solo con un’indennità di natura risarcitoria, che varia in funzione delle situazioni (Il valore massimo spetta in caso di licenziamento discriminatorio).

- SPAGNA: non esiste il reintegro nel posto di lavoro mentre e’ prevista una quota di risarcimento sulla retribuzione legata agli anni di anzianita’ fino a un tetto massimo (20 giorni - 33 in casi particolari - di retribuzione per ogni anno di lavoro per un massimo di 12 anni - 24 in casi particolari).

- SVEZIA: il licenziamento illegittimo puo’ essere sospeso dal giudice. In alternativa alla sospensione c’e’ un risarcimento variabile tra 16 e 32 mesi di retribuzione (tra 24 e 48 se il lavoratore ha 60 anni o piu’).

Per chi vale l'articolo 18? - Economia »

Sono oltre sette milioni i lavoratori dipendenti nel settore privato tutelati dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (si applica nelle imprese con almeno 15 dipendenti).

Secondo una ricerca Istat sulla struttura e dimensione delle imprese italiane infatti, sono 7,09 milioni gli addetti dipendenti delle imprese con oltre 20 dipendenti. Va però considerato che nelle imprese tra i 10 e i 19 dipendenti lavorano altri 1,55 milioni di lavoratori subordinati. Nel complesso i lavoratori dipendenti nelle imprese del settore privato sono 11,65 milioni.

Ecco una scheda con i dati sugli occupati per classi di addetti (aggiornati al 2012).

10-19

1.558.000

20-49

1.518.428

50-99

951.675

100-249

1.108.285

Oltre 250

3.484.324

Art.18, ultima chiamata. Renzi verso lo strappo finale | di Daniela Preziosi »

Democrack. Domani la direzione, le minoranze trattano il diritto al dissenso. Cuperlo: «Non si salva il paese dividendolo». I bersaniani: «Nessuno drammatizzi il voto sugli emendamenti». Il Cavaliere offre i voti sulla legge delega. E vede nel futuro dem la scissione: «Renzi come Blair, con lui potremo collaborare»

Ultimi appelli delle sini­stre Pd a Renzi per evi­tare di tra­sfor­mare la dire­zione di domani in una resa dei conti finale. «Non si salva il paese divi­den­dolo» scrive Gianni Cuperlo in una nota acco­rata. Ste­fano Fas­sina dall’Huf­fing­ton Post rivolge «dieci domande» a Renzi per sapere «quali sono i prin­ci­pali con­te­nuti della legge di sta­bi­lità in arrivo», per veri­fi­care la con­cre­tezza della riforma degli ammor­tiz­za­tori sociali, pre­con­di­zione — scrive — per la riforma del lavoro.

Ma stando agli ultimi bol­let­tini, Renzi — tor­nato dagli Usa ma ieri impe­gnato come testi­mone delle nozze dell’amico Marco Car­rai — ancora non avrebbe deciso il tasso di inten­sità da impri­mere alla zam­pata. Da New York ha spie­gato che «ascol­terà» ma poi «deci­derà». A Detroit, accanto a Mar­chionne, ha però aggiunto che non gli inte­ressa cosa pensa «que­sto o quell’esponente del mio par­tito» ma «resti­tuire un po’ di lavoro al nord e al sud». Meno di un anno fa soste­neva di non aver «mai incon­trato alcun impren­di­tore che mi ha detto che è fon­da­men­tale can­cel­lare l’art.18» e che «se si riparte dal derby ideo­lo­gico sull’art.18 sei finito, è il modo per andare in melma» (dicem­bre 2013). Ha deciso di «andare in melma»?

A una media­zione lavo­rano alcuni pon­tieri di fidu­cia del pre­mier. Strade dif­fi­cili, anche dal punto di vista tec­nico. Per il pre­si­dente del Pie­monte Ser­gio Chiam­pa­rino — il cui scam­bio via sms con Renzi è stato pub­bli­cato da Repub­blica — andrebbe riscritta «una casi­stica molto limi­tata» per il rein­te­gro obbli­ga­to­rio. Con l’onere della prova affi­data al lavo­ra­tore che si dice discri­mi­nato. «Così mi va bene», la rispo­sta di Renzi. Ma Ser­gio Lo Giu­dice, sena­tore Pd e già pre­si­dente Arci­gay, lo stoppa: «Caro Chiam­pa­rino, biso­gne­rebbe prima con­vin­cere l’Europa a riti­rare la diret­tiva 78/2000. Ber­lu­sconi ci aveva pro­vato, con il decreto legi­sla­tivo 216 del 2003, a rece­pirla ponendo l’onere della prova sulle spalle del lavo­ra­tore discri­mi­nato ma l’Ue ha avviato una pro­ce­dura di infra­zione e l’Italia nel 2008 ha dovuto fare mar­cia indietro».

Diversa la strada ten­tata da Mat­teo Orfini, pre­si­dente del Pd: anche in que­sto caso pre­vede una riscrit­tura det­ta­gliata della casi­stica dei licen­zia­menti discri­mi­na­tori per i quali pre­ve­dere il rein­te­gro. Certo è che sarà dif­fi­cile scen­dere nel det­ta­glio domani, durante la ker­messe in strea­ming della dire­zione. Al pre­mier inte­ressa solo incas­sare un sì vin­co­lante del suo par­tito. Negata ogni inten­zione scis­sio­ni­sta, la sini­stra interna, tito­lare di una tren­tina di voti su circa 150, se ne dovrà fare una ragione?

Molto dipende da cosa effet­ti­va­mente si voterà in dire­zione. Un testo o la rela­zione del segre­ta­rio? Sem­bra un det­ta­glio. Ma in que­sto secondo caso potrebbe lasciare alla mino­ranza la pos­si­bi­lità di dif­fe­ren­ziarsi nei voti in aula. Qui va segna­lato lo scon­tro diretto Orfini-Bersani. Il primo ricorda all’ex segre­ta­rio l’art.10 della Carta di intenti della (fu) coa­li­zione Ita­lia Bene Comune che vin­cola i par­la­men­tari alle deci­sioni della mag­gio­ranza. Un pas­sag­gio for­tis­si­ma­mente voluto da Ber­sani per tenere anco­rata Sel ai patti. Ma i ’rifor­mi­sti’ non ci stanno. «Sul lavoro mi sento vin­co­lato al pro­gramma con cui sono stato eletto», chia­ri­sce il sena­tore Miguel Gotor. «Spero che non si dram­ma­tizzi. Spo­setti ed io abbiamo votato con­tro la can­cel­la­zione del finan­zia­mento pub­blico ai par­titi e nes­suno ne ha fatto un caso».

Il busil­lis è capire quanti sena­tori ’dis­si­denti’ sareb­bero alla fine dispo­sti a non votare la legge. Ne bastano meno di dieci per­ché la riforma passi con il voto deter­mi­nante di Forza Ita­lia, che entre­rebbe così di fatto nella mag­gio­ranza. Non a caso ieri il Cava­liere ha offerto a Renzi il suo abbrac­cio (mor­tale) sull’art.18: «Quando noi era­vamo al governo e lo vole­vamo cam­biare la Cgil mandò milioni di per­sone in piazza per impe­dir­celo. Come pos­siamo dire di no a quelle riforme che noi vole­vamo?». Il futuro del governo per Ber­lu­sconi è già scritto, e lo riguarda: da una parte la sini­stra «ideo­lo­gica», con Renzi quella «social­de­mo­cra­tica». «Suc­ce­derà come suc­cesse in Inghil­terra con la nascita dal par­tito labu­ri­sta. E que­sta sarà una lista con cui potremo lavorare».

”E’ un impianto di governo destinato a produrre scarsissimi effetti e ho anche l’impressione che questo cominci a essere percepito almeno nella parte più qualificata dell’opinione pubblica”. Così Massimo D’Alema, esponente della minoranza Pd, nel corso della direzione nazionale del partito sul Jobs act rivolgendosi a Matteo Renzi. “Meno slogan, meno spot e un’azione di Governo più riflettuta - ha aggiunto - credo siano la via per ottenere più risultati come partito”.
”E’ un impianto di governo destinato a produrre scarsissimi effetti e ho anche l’impressione che questo cominci a essere percepito almeno nella parte più qualificata dell’opinione pubblica”. Così Massimo D’Alema, esponente della minoranza Pd, nel corso della direzione nazionale del partito sul Jobs act rivolgendosi a Matteo Renzi. “Meno slogan, meno spot e un’azione di Governo più riflettuta - ha aggiunto - credo siano la via per ottenere più risultati come partito”.
”E’ un impianto di governo destinato a produrre scarsissimi effetti e ho anche l’impressione che questo cominci a essere percepito almeno nella parte più qualificata dell’opinione pubblica”. Così Massimo D’Alema, esponente della minoranza Pd, nel corso della direzione nazionale del partito sul Jobs act rivolgendosi a Matteo Renzi. “Meno slogan, meno spot e un’azione di Governo più riflettuta - ha aggiunto - credo siano la via per ottenere più risultati come partito”.