Dare armi ai curdi è un’operazione militare, parliamone senza ipocrisia

di Lucia Annunziata

Le decisioni che l’Europa e l’Italia stanno maturando in queste ore contengono un passaggio tremendamente nuovo e definitorio: dare armi ai curdi significa infatti oggi rientrare appieno, sia pur indirettamente per ora, nel conflitto iracheno e mediorientale in generale. Spero che le nostre classi dirigenti vorranno parlarcene senza veli.

Nell’attesa, provo a elencare le ragioni per cui inviare armi ai curdi è di fatto una operazione con vaste implicazioni militari.

Partiamo intanto dall’intervento umanitario, che è la principale ragione addotta, e da cosa significa la difesa degli uomini, donne e bambini sotto attacco dell’Isis. Formare un “corridoio umanitario”, se è questo che si vuole fare, implica il dispiegamento di uomini armati, e disposti a usare le armi, per aprire un varco sicuro. Nel caso specifico, trattandosi di territorio montano, il corridoio implica evacuazione via elicotteri (come detto pochi giorni fa dall’incaricato Onu), che a sua volta implica una copertura aerea, cioè eventuale bombardamenti d’appoggio. Chi farà cosa? Saranno i peshmerga da soli a difendere le persone in fuga, e noi forniremo loro cosa? Armi di che tipo, copertura aerea, advisor come già fanno gli Americani? 

La ragione per cui, nonostante siano spesso evocati, di corridoi umanitari se ne fanno pochi, è esattamente questa: aprirli significa mettere in atto un’azione militare, che spesso poi nella storia recente è diventata la preparazione per un impegno di truppe permanente in una determinata area, dal momento che la “sicurezza” non si ottiene con un solo intervento. Occorrerà dunque essere ben precisi su modi e tempi e le forze di queste operazioni.

In Iraq, tuttavia, nel particolare momento della eterna guerra in corso, le armi ai curdi sono già state inviate, insieme a un centinaio di “advisor” militari, dagli Stati Uniti, e lo scopo di questi aiuti si è già dimostrato ben più strategico del doveroso aiuto umanitario ai cristiani. I curdi sono, come ben si sa, una parte rilevante dell’equilibrio Iracheno e non solo, dal momento che la loro presenza si estende a fascia su quattro stati, Iraq, Iran, Siria, Turchia. 

Hanno petrolio, una identità e una rivendicazione nazionale, ed hanno la peculiarità geopolitica di costituire un elemento “terzo” nella contesa che sta stangolando il Medioriente tra Sunniti e Sciiti. 

Aiutarli e’ stato negli ultimi anni un utile modo per mantenere l’equilibrio interno al governo dell’Iraq. Senza mai aiutarli troppo, però perché una eventuale loro crescita militare è sempre stata osteggiata dai paesi in cui si trovano. In particolare, non aiutare troppo i curdi a crescere militarmente è sempre stata “noblesse oblige”, specie da parte degli Usa, nei confronti dell’utilissimo alleato turco. 

L’espansione dell’IS ha aperto tuttavia un nuovo capitolo in tutta la regione. 

Il successo del Califfato ha fatto saltare in Iraq il governo sciita di Bagdad, e in Siria ha svelato l’alto prezzo che gli Usa e l’Europa hanno pagato accettando nei fatti che fosse il radicalismo islamico a condurre per noi la battaglia contro Assad. La Turchia, nel frattempo, con la deriva autoritaria del Presidente Erdogan, è diventata un alleato non più così accettabile, né più così efficiente.

Insomma, il successo delle forze radicali dello Stato Islamico ha svelato tutta la fragilità e il pericolo del sistema di alleanze che gli Usa, e l’Europa al seguito, hanno costruito in luogo.

La carta curda era così sul tavolo della Casa Bianca da tempo. La persecuzione dei Cristiani è stata la buona occasione per calarla, ma le ragioni sono tutte di natura militare.

Armare i curdi è una scelta facile, certo più facile che sostenere sciiti o sunniti, in Iraq. Armarli significa rafforzare un esercito pro occidentale, una sorta di armata nostra ma senza i nostri, con cui intervenire nel disastroso panorama locale. Una classica “war by proxy”, uno scontro delegato a terzi che combattono per nostro conto. E l’arrivo degli advisor americani in Kurdistan ha riproposto infatti idee, immagini e tattiche di molti conflitti dell’ultimo mezzo secolo, dal Vietnam, al Centro America, all’Afghanistan. 

I cristiani, come molte altre popolazioni, sono una piccola, anche se dolorosissima, drammatica, pedina di questo grande gioco. 

Aiutarli è assolutamente necessario, ma qualunque cosa noi faremo per loro, e per i curdi, ci fa sbarcare dentro l’inferno mediorientale.

Penso che questa verità sia ben chiara a tutti - altrimenti non mi spiegherei la drammatica evocazione di una terza guerra mondiale da parte del Papa, la improvvisa e rilevante visita del Premier nel cuore del conflitto, a Bagdad e in Kurdistan; o la decisione dei leader europei che molto raramente hanno prima deciso invio di “armi” a gruppi in zone di Guerra. 

Ma ci diranno tutti loro questa verità? Intervenire in Medio Oriente (e sulla Russia, e in Libia, dove operiamo già con nostre operazioni “segrete”) è più che mai urgente, e forse l’azione militare, in una forma o l’altra, non è più rimandabile. 

Ma sicuramente non rimandabile è un chiarimento con le nostre opinioni pubbliche sulle conseguenze delle decisioni che la classe dirigente sta prendendo.

Lettera di Barbara Spinelli alla lista L’Altra Europa con Tsipras dopo i vergognosi attacchi subiti

Cari amici,

di fronte ai reiterati attacchi alla Lista, che ancora una volta si sono concentrati sulla mia persona, è stato volutamente deciso di tenere un profilo minimo: si tratta di provocazioni, cui è bene non dare corda. Dico questo pur essendo consapevole del disorientamento che può nascere nel nostro movimento e tra i nostri elettori. È il motivo per cui i fatti sono stati precisati con comunicati scarni ed essenziali, inviati ai giornali da cui son partite le aggressioni. Tuttavia non può sfuggire che l’attacco è di natura politica – e non solo comunicativa – volto a ostacolare il faticoso processo di costituzione di un soggetto unitario di opposizione sociale che si contrapponga nettamente, in Italia e in Europa, ai governi di larghe intese e alle politiche di austerità; un progetto  che, pur fra mille difficoltà, ha avuto successo alla sua prima prova elettorale.

I fatti, cui è bene riportare i discorsi, sono davanti a tutti.

Fin dal primo giorno del mio insediamento al Parlamento europeo, ho partecipato a tutte le attività parlamentari: sessioni plenarie, riunioni di due commissioni, riunioni di gruppi e di delegazione.

Il Parlamento europeo si è riunito a luglio in due sessioni plenarie, il 2 e 3 luglio, e poi dal 15 al 17 (e non solo il 16 e 17). Ho partecipato attivamente alla sessione del 2 e 3 luglio, anche con un intervento in aula sulla presidenza italiana, prendendo parte a tutte le votazioni della sessione costitutiva.

Ho partecipato ai lavori della seconda sessione plenaria di luglio, nelle giornate del 15 e del 16, prendendo parte a tutte le votazioni del 16 e in particolare al dibattito e al voto di fiducia sul presidente della commissione europea Jean-Claude Juncker (con un mio testo depositato presso la presidenza del parlamento).:

Non sono stata presente solo il 17, insieme agli altri due deputati della nostra Lista, Eleonora Forenza e Curzio Maltese, per la riunione italiana con il leader europeo Tsipras, che si è tenuta a Roma. L’incontro, organizzato ben prima della sessione di voto a Bruxelles, era molto importante perché era la prima volta, dopo le elezioni, che si cominciava a discutere congiuntamente delle prospettive e degli indirizzi di lungo periodo della politica europea e internazionale del gruppo parlamentare della sinistra europea. Il 18 ho tenuto un comizio con Alexis Tsipras, Eleonora Forenza e Curzio Maltese, che precedeva il primo incontro plenario della Lista, il 19 luglio.

A fine giugno ho partecipato, in sostituzione del Presidente della Gue-Ngl Gaby Zimmer, a un incontro a Roma con il Presidente del Consiglio e con i parlamentari italiani, per discutere i compiti dell’imminente presidenza di turno affidata all’Italia.

Nel mese di luglio ho promosso, con Guido Viale e Daniela Padoan, un appello  circostanziato «Per una strategia europea in materia di migrazione e asilo», in occasione del semestre italiano di presidenza dell’Unione Europea appena cominciato.

Il prossimo immediato impegno istituzionale sarà la riunione informale del Consiglio Affari generali dell’Unione Europea che si terrà a Milano il 28 e 29 agosto, nella quale mi è stato chiesto di rappresentare la Commissione Affari costituzionali del Parlamento europeo.

Un caro saluto e un augurio di buon lavoro a tutti

Barbara Spinelli

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