Anniversari. La decisione del segretario del Pci di difendere il dirigente comunista in carcere, forzandone talvolta le posizioni, nasceva dalla convinzione di essere in presenza di una delle figure più rilevanti del marxismo novecentesco

Palmiro Togliatti parla. Sullo sfondo un ritratto di Antonio Gramsci

di Guido Liguori

 Il 19 giu­gno 1964, due mesi prima della morte, Togliatti pub­bli­cava sul quo­ti­diano di area comu­ni­sta Paese sera l’ultimo capi­tolo del libro che per quasi quarant’anni egli era andato scri­vendo su Anto­nio Gram­sci. Si trat­tava della recen­sione a un’antologia di arti­coli e let­tere del comu­ni­sta sardo in cui, tra l’altro, Togliatti scri­veva: «Forse dipende dal tempo che è pas­sato, che ha get­tato ombre e luci nuove su tanti avve­ni­menti… Non so se sia per que­sto motivo. Certo è che oggi, quando ho per­corso via via le pagine di que­sta anto­lo­gia, attra­ver­sate da tanti motivi diversi, che si intrec­ciano e talora si con­fon­dono, ma non si per­dono mai, – la per­sona di Anto­nio Gram­sci mi è parso debba col­lo­carsi essa stessa in una luce più viva, che tra­scende la vicenda sto­rica del nostro par­tito». Era, a ben vedere, la pre­vi­sione di un feno­meno che avrebbe avuto ini­zio solo un ven­ten­nio più tardi, negli anni Ottanta, quando – men­tre alcune com­po­nenti del Par­tito comu­ni­sta ita­liano sem­bra­vano dimen­ti­care Gram­sci in favore di para­digmi cul­tu­rali diversi e alter­na­tivi, incam­mi­nan­dosi lungo i sen­tieri che avreb­bero con­dotto alla Bolo­gnina – la for­tuna dell’autore dei Qua­derni ini­ziava una fase di espan­sione nei paesi anglo­foni come in Ame­rica latina, dive­nendo un punto di rife­ri­mento del pen­siero poli­tico e sociale con­tem­po­ra­neo, ben al di là del rife­ri­mento pur deci­sivo che aveva costi­tuito per il Pci, soprat­tutto gra­zie a Togliatti.

In altre parole, già nel 1964 il segre­ta­rio comu­ni­sta affer­mava che Gram­sci gli appa­riva tal­mente grande da essere desti­nato a pro­iet­tare la pro­pria influenza anche molto oltre le dimen­sioni pure con­si­de­re­voli che aveva assunto in rela­zione alla cul­tura poli­tica dei comu­ni­sti ita­liani, soprat­tutto a par­tire dalla costru­zione del «par­tito nuovo» e dal ten­ta­tivo di una «avan­zata nella demo­cra­zia verso il socia­li­smo» intra­preso da Togliatti stesso al suo ritorno in Ita­lia nel 1944. Ten­ta­tivo che era poi la tra­du­zione della gram­sciana «guerra di posi­zione» in una situa­zione poli­tica per tanti versi inim­ma­gi­na­bile pochi anni prima, spe­cie in seguito alla divi­sione del mondo in due «campi» ben deli­mi­tati e a cui era dif­fi­ci­lis­simo sottrarsi.

UN DIA­LOGO CHE NON SI SPEZZA

Il libro togliat­tiano su Gram­sci (di recente ristam­pato da Edi­tori Riu­niti uni­ver­sity press col titolo Scritti su Gram­sci), più in gene­rale la sto­ria di Togliatti cura­tore e orga­niz­za­tore della dif­fu­sione delle opere di Gram­sci, non­ché loro primo e più accre­di­tato inter­prete, dura quasi un qua­ran­ten­nio, essendo il primo scritto del 1927, occa­sio­nato del pro­cesso con il quale il fasci­smo con­dannò alla galera buona parte del gruppo diri­gente comu­ni­sta e Gram­sci a morte pro­ba­bile, viste le sue con­di­zioni di salute. Si dimen­tica o si nasconde a volte que­sto fatto fon­da­men­tale, si torna a scri­vere perio­di­ca­mente che altri (e in pri­mis pro­prio Togliatti o alcuni suoi com­pa­gni, o Sta­lin in per­sona) sareb­bero stati i «car­ne­fici» del comu­ni­sta sardo. Sulla base di ipo­tesi e ragio­na­menti che non hanno il sup­porto di un docu­mento, di una prova. Si arriva ad affer­mare che Mus­so­lini avrebbe addi­rit­tura rico­no­sciuto a Gram­sci pri­vi­legi inu­si­tati, in virtù di una stima di vec­chia data. Si costrui­sce arta­ta­mente la leg­genda del tra­di­mento di Togliatti (a cui i mag­giori quo­ti­diani mostrano di dare cre­dito) per minare dalle fon­da­menta una tra­di­zione poli­tica – quella del comu­ni­smo ita­liano – che offre ancora oggi segni di vita­lità.

I forti con­tra­sti tra Gram­sci e Togliatti nel 1926 in merito alle lotte interne al par­tito bol­sce­vico sono ampia­mente noti. Ciò che spesso non si dice però è che mai dall’esilio Togliatti cessa, con l’ausilio di Piero Sraffa e di Tania Schu­cht, di cer­care di dia­lo­gare col pri­gio­niero, un dia­logo che Gram­sci, anche se indi­ret­ta­mente, accetta: egli riflette e scrive per il suo par­tito, per la sua parte poli­tica, non diviene in car­cere un libe­ral­de­mo­cra­tico, men che meno si con­si­dera, come pure è stato detto, un «pro­fes­sore», un intel­let­tuale solo occa­sio­nal­mente pre­stato alla poli­tica e pre­sto da essa ritrat­tosi. La sta­gione dei fronti popo­lari anti­fa­sci­sti che si apre nel 1934–1935, e che ha in Togliatti uno dei prin­ci­pali pro­ta­go­ni­sti, non è certo det­tata dalla rifles­sione car­ce­ra­ria gram­sciana, ma segna un ogget­tivo riav­vi­ci­na­mento con il pri­gio­niero rispetto alla pre­ce­dente poli­tica dell’Internazionale comu­ni­sta, alla stra­te­gia della con­trap­po­si­zione fron­tale «classe con­tro classe» e alla con­se­guente poli­tica del «social­fa­sci­smo», per la quale, assur­da­mente, tra socia­li­sti e fasci­sti non vi sarebbe stata dif­fe­renza. Togliatti matura allora, negli anni Trenta, anche sulla spinta dell’avanzata del nazi­fa­sci­smo, la con­vin­zione della impor­tanza della demo­cra­zia, sia pure popo­lare, non eli­ta­ria, nutrita di diritti non solo poli­tici e civili, insomma «progressiva»..

UNA SCELTA CHIARA

Ciò che spesso non si dice, inol­tre, è che senza le scelte ope­rate da Togliatti rispetto alla gestione del lascito gram­sciano, noi non avremmo mai cono­sciuto il Gram­sci che oggi tutto il mondo apprezza. Se Togliatti non avesse ope­rato per fare di Gram­sci il mag­giore pen­sa­tore mar­xi­sta ita­liano e per difen­derne la figura e l’opera, il comu­ni­sta sardo sarebbe pas­sato pro­ba­bil­mente alla sto­ria solo come un mar­tire anti­fa­sci­sta o poco più. Le sue opere car­ce­ra­rie sareb­bero rie­merse dagli archivi di Mosca negli anni Ottanta e Novanta e noi forse saremmo intenti oggi a cer­care di capire per la prima volta quelle pagine non facili. Fu Togliatti nel 1938, in pieno ter­rore sta­li­niano, a impe­dire che il ver­tice dello stesso Pci con­dan­nasse come troc­ki­j­sta Gram­sci (scom­parso l’anno pre­ce­dente) pro­prio per le posi­zioni del 1926. Fu Togliatti a impe­dire che i qua­derni gram­sciani fos­sero affi­dati ai sovie­tici, come qual­cuno chie­deva, sal­van­doli così da un pro­ba­bi­lis­simo oblio. Fu Togliatti a evi­tare la con­danna del pen­siero di Gram­sci negli anni dello zda­no­vi­smo, pub­bli­cando i Qua­derni dopo averne smus­sato qual­che spi­golo per evi­tare la con­danna di Mosca, ma sce­gliendo di fare del comu­ni­sta sardo uno dei pila­stri del «par­tito nuovo» che andava costruendo, sia pure a prezzo di qual­che sin­cre­ti­smo, e intro­du­cen­dolo come meglio non si sarebbe potuto nella cul­tura poli­tica ita­liana: poteva anche non farlo, poteva anche – per costruire l’identità del suo Pci – appog­giarsi al mito dell’Urss o della Resi­stenza. Scelse invece, pur senza ripu­diare gli altri punti di rife­ri­mento iden­ti­tari del suo par­tito, di indi­care con chia­rezza che gran parte delle radici della sua poli­tica erano nel pen­siero di Gram­sci.

Certo, il libro che Togliatti ha scritto su Gram­sci non è uni­voco, è scan­dito dal pre­va­lere in fasi diverse di accenti diversi, e le let­ture togliat­tiane vanno con­te­stua­liz­zate, poi­ché sono in parte con­di­zio­nate dal pri­mato della poli­tica. Occorre sepa­rarvi ciò che non regge alla veri­fica del tempo dalle indi­ca­zioni, non poche, ancora fon­da­men­tali. E qual­che raro pas­sag­gio appare oggi per­sino ese­cra­bile. Ma l’interpretazione e l’uso che Togliatti ha fatto di Gram­sci sono stati impor­tanti per costruire quel par­tito che Gram­sci aveva rifon­dato dopo la prima fase bor­di­ghi­sta, e anche per far cono­scere al mondo l’autore dei Qua­derni.

LA POLI­TICA DI GRAMSCI

Gli scritti togliat­tiani su Gram­sci degli anni Venti e Trenta già pone­vano il tema del posto di Gram­sci nella sto­ria del Pci. All’amico e al com­pa­gno di mili­tanza e di lotta Togliatti rico­nobbe subito, nel 1927, la pri­mo­ge­ni­tura poli­tica, il ruolo di mae­stro e di capo, che riba­dirà nel 1937–1938, nei discorsi e negli arti­coli com­mossi scritti in occa­sione della morte. Si trat­tava di una indi­ca­zione, quella del 1927, che minava l’impianto difen­sivo gram­sciano? Mus­so­lini e la poli­zia fasci­sta sape­vano benis­simo chi fosse Gram­sci, quale ruolo avesse, e il Tri­bu­nale spe­ciale obbe­diva a fina­lità squi­si­ta­mente poli­ti­che: obbe­diva al volere di Mus­so­lini. Fare di Gram­sci allora, e poi di nuovo dopo la morte, il «capo» del par­tito ita­liano, per­sino un fedele seguace di Sta­lin (che in realtà non era), ser­viva in quel con­te­sto a sal­va­guar­darne la memo­ria, a impe­dirne la con­danna ideo­lo­gica da parte dell’Internazionale che avrebbe prima inde­bo­lito il pre­sti­gio del pri­gio­niero presso la «casa madre» di Mosca e che poi avrebbe rin­viato sine die la dif­fu­sione dei suoi scritti.

Una volta tor­nato in Ita­lia, Togliatti pog­giava su Gram­sci la costru­zione del suo par­tito. Ne for­zava in alcuni punti il pen­siero, facendo della sua stessa poli­tica la «poli­tica di Gram­sci», ma per un fine – tra­sfor­mare il Pci in un grande par­tito e farne una cosa diversa dal modello sovie­tico – che certo non sarebbe stato sgra­dito al comu­ni­sta sardo. Togliatti vac­ci­nava il suo par­tito dalla più nefa­sta orto­dos­sia sta­li­ni­sta, raf­for­zando la pecu­liare tra­di­zione comu­ni­sta nazio­nale, che aveva nella coniu­ga­zione di demo­cra­zia e socia­li­smo il suo mar­chio di fab­brica. Gram­sci e Togliatti non sono sovrap­po­ni­bili, certo, come non sono sovrap­po­ni­bili Togliatti e Ber­lin­guer: sono lea­der poli­tici che vivono e pen­sano in tempi diversi, usu­fruendo però di un comune nutri­mento teorico-politico e cer­cando di svi­lup­parlo in rela­zione a una vicenda sto­rica in con­ti­nua evo­lu­zione. Negli anni del dopo­guerra aveva lar­ga­mente corso l’idea non del tutto esatta di un Gram­sci «grande intel­let­tuale nazio­nale», ma se si leg­gono oggi gli scritti togliat­tiani ci si rende conto che le indi­ca­zioni in essi con­te­nute sono ancora pre­ziose per capire Gram­sci, la sua vicenda, il suo pensiero.

L’EDIZIONE CRI­TICA DEI QUADERNI

Dopo il 1956 ha ini­zio una delle sta­gioni più ric­che della ela­bo­ra­zione di Togliatti, l’ultima, anche per quel che riguarda Gram­sci. Egli poneva nel 1956–1958 il tema di Gram­sci e il leni­ni­smo per pren­dere le distanze dallo sta­li­ni­smo senza far per­dere al suo par­tito l’orizzonte rivo­lu­zio­na­rio. Nel momento in cui tante cer­tezze erano venute meno, Togliatti mostrava come la strada indi­cata da Gram­sci fosse soprat­tutto quella di tra­durre (un lemma fon­da­men­tale nel les­sico gram­sciano) il leni­ni­smo in un lin­guag­gio adatto a una situa­zione così diversa rispetto a quella in cui aveva avuto luogo la Rivo­lu­zione d’ottobre. Era stata, quella della neces­sità del pas­sag­gio da «Oriente» a «Occi­dente», del resto, una indi­ca­zione dello stesso Lenin, che Gram­sci aveva ripreso e svi­lup­pato. Gra­zie a Gram­sci dun­que si poteva andare avanti in quella dire­zione. Pre­ziosa era inol­tre, sem­pre nel 1958, l’indicazione togliat­tiana, oggi più che mai rite­nuta valida, secondo cui l’elaborazione di Gram­sci può essere dav­vero com­presa solo se con­nessa alla sua bio­gra­fia poli­tica. Veniva presa allora anche la deci­sione di pro­ce­dere a una edi­zione cri­tica dei Qua­derni, a cui ini­ziava a lavo­rare Valen­tino Ger­ra­tana. Era trac­ciata la via lungo la quale Gram­sci sarebbe dive­nuto il sag­gi­sta ita­liano più cono­sciuto nel mondo dai tempi di Machiavelli.

Anniversari. L’eredità irrisolta, a cinquanni dalla sua morte, di una leader comunista che ha voluto costruire un partito popolare radicato nella realtà nazionale lontano dal modello sovietico. Alcune note a partire dalla pubblicazione per i tipi Einaudi di «Guerra di posizione», l’epistolario del dirigente del Pci

di Gianpasquale Santomassimo

«Un’altra cosa che vor­rei dire, e soprat­tutto ai nostri com­pa­gni che hanno già una certa pre­pa­ra­zione, è che lo stu­dio per loro non può con­si­stere e non deve con­si­stere nel met­tere fati­co­sa­mente assieme idee gene­rali in forma più o meno pole­mica. Que­sto sforzo non porta di solito a fare niente di serio, e anch’esso non è stu­dio, quando man­chi la ricerca attenta, paziente, larga, dei mate­riali di fatto, quando man­chi l’esame cri­tico di que­sti».

C’è anche que­sto (tra con­si­gli su come leg­gere e stu­diare, in una let­tera a «una cel­lula dell’apparato» pub­bli­cata su Vie nuove del marzo 1949) nella rac­colta recen­te­mente pub­bli­cata (Pal­miro Togliatti, La guerra di posi­zione in Ita­lia. Epi­sto­la­rio 1944–1964, a cura di Gian­luca Fiocco e Maria Luisa Righi, Pre­fa­zione di Giu­seppe Vacca, Einaudi, pp. 372, euro 24), sele­zione ine­vi­ta­bil­mente e con­sa­pe­vol­mente «arbi­tra­ria» di un epi­sto­la­rio vastis­simo, parte di un Fondo che attende una piena valo­riz­za­zione.

Il titolo discu­ti­bile, gram­sciano, richiama un’atmosfera suc­ces­siva al fal­li­mento della rivo­lu­zione comu­ni­sta in Europa, quella «guerra di posi­zione» vis­suta da Gram­sci e Togliatti anche come occa­sione per ripen­sare i ter­mini della scon­fitta e per impe­dirne il ripe­tersi. E nella prima inter­vi­sta a un inviato spe­ciale della Reu­ters nell’aprile 1944, con la quale si apre il volume, Togliatti riba­diva: «Nei primi anni della sua esi­stenza il Par­tito comu­ni­sta ita­liano com­mise gravi errori di set­ta­ri­smo, non seppe fare una poli­tica di unità del popolo per la difesa delle libertà demo­cra­ti­che con­tro il fasci­smo. Di que­sti errori trasse pro­fitto la rea­zione e noi oggi ci guar­de­remo bene dal ripe­terli».

Ma il «ven­ten­nio togliat­tiano» (1944–1964), in cui Togliatti eser­cita il ruolo di costrut­tore e capo di un grande par­tito comu­ni­sta di massa, appar­tiene ad epoca diversa, in cui guerra di trin­cea e di movi­mento si intrec­ciano in forme ormai lon­tane dalla fase «bol­sce­vica». Le let­tere ci resti­tui­scono, come ha notato Mario Tronti su «l’Unità» del 7 luglio, «un Togliatti molto gram­sciano, ma che non smette mai, nem­meno per un momento, di essere togliat­tiano». Dove men­ta­lità togliat­tiana signi­fica indub­bia­mente rea­li­smo, valu­ta­zione attenta e costante dei rap­porti di forza, non per cri­stal­liz­zarli ma per modi­fi­carli a van­tag­gio di un fronte ampio di alleanze da costruire, rivol­gen­dosi a tutti gli inter­lo­cu­tori pos­si­bili. L’elenco dei cor­ri­spon­denti rispec­chia l’ampiezza di que­sta pro­pen­sione al dia­logo e alla ricerca di un ter­reno d’incontro mai subal­terno (da Pie­tro Bado­glio a Bene­detto Croce, da Alcide De Gasperi a Romano Bilen­chi, da Pie­tro Nenni a Vit­to­rio Val­letta e alla fami­glia Oli­vetti, da Sta­lin a Giu­seppe Dos­setti).

Il ruolo attri­buito alla cul­tura, da costruire quasi da zero — più che recinto da «ege­mo­niz­zare» — per chi veniva dalla distru­zione ope­rata dal fasci­smo è uno dei temi fon­da­men­tali del volume, una «bat­ta­glia delle idee» seguita con cura anche nel det­ta­glio, quasi mania­cale, senza impar­tire in genere «diret­tive», anzi rifiu­tando diri­gi­smi con­fusi e capo­ra­le­schi sul ter­reno della ricerca sto­rica (la vicenda già nota della difesa di Gastone Mana­corda dalla pre­tesa di «det­tare la linea» da parte di espo­nenti dell’apparato).

Quello che pro­ba­bil­mente col­pi­sce di più il let­tore odierno è lo sfog­gio – inne­ga­bil­mente com­pia­ciuto – di eru­di­zione, che si esplica ad esem­pio nelle pole­mi­che con Vit­to­rio Gor­re­sio attorno a un sonetto di Guido Caval­canti e alla sua esatta gra­fia: dove c’è sicu­ra­mente la volontà di dimo­strare che i comu­ni­sti non erano i sel­vaggi dipinti dalla pro­pa­ganda avver­sa­ria, ma non c’è in alcuna forma la volontà di venire ammessi nei «salotti buoni» della bor­ghe­sia, che tra­vol­gerà lon­tani eredi di quella tra­di­zione in anni futuri. C’è ancora la volontà di costruire un cir­cuito cul­tu­rale auto­nomo e paral­lelo, che riprende ispi­ra­zioni dell’«universo socia­li­sta» a cavallo fra i due secoli, ma senza sem­pli­fi­ca­zioni gros­so­lane e inte­ra­gendo senza rigide sepa­ra­zioni con la cul­tura nazio­nale. C’è anche la con­vin­zione che il movi­mento ope­raio debba essere, clas­si­ca­mente, «erede» dei punti più alti della cul­tura bor­ghese (le famose ban­diere lasciate cadere nella pol­vere e che vanno risol­le­vate) e che il supe­ra­mento possa avve­nire solo attra­verso assun­zione piena delle istanze più alte della tra­di­zione che si avversa.

LA SCO­PERTA DELL’ILLUMINISMO

Ma pro­ba­bil­mente c’è qual­cosa di più, che attiene alla dimen­sione stret­ta­mente per­so­nale di un uomo com­bat­tuto in gio­ventù tra voca­zioni che appar­vero alter­na­tive, tra la dimen­sione di stu­dioso e quella di poli­tico, e dove la scelta esi­sten­ziale, com­piuta infine, non si tra­dusse nel senso un po’ arido che Croce dava al ter­mine di totu­spo­li­ti­cus (coniato appunto in una let­tera a Togliatti) ma in una con­ce­zione della poli­tica che pur auto­noma e con le sue regole era ine­stri­ca­bil­mente con­nessa alla cul­tura. Quest’ultima col­ti­vata in forma auto­noma, e che si era arric­chita nel tempo di dimen­sioni in pre­ce­denza igno­rate: si pensi al rap­porto con l’illuminismo, com­ple­ta­mente estra­neo alla for­ma­zione gio­va­nile tori­nese e ordi­no­vi­sta. Quel Togliatti che nelle memo­rie di Giu­lio Cer­reti tro­viamo intento nei lun­ghi sog­giorni pari­gini nella ricerca dei clas­sici set­te­cen­te­schi presso le libre­rie anti­qua­rie è lo stesso che tra­durrà il Trat­tato della tol­le­ranza di Vol­taire (in pole­mica con le ten­ta­zioni «cle­ri­co­fa­sci­ste» della nuova Ita­lia) e che qui vediamo impe­gnato in discus­sioni su Pie­tro Gian­none e sulla civiltà giu­ri­dica dell’illuminismo ita­liano.

Ma a dif­fe­renza che nella cul­tura azio­ni­sta, l’unica che in que­gli anni risco­pre in Ita­lia l’illuminismo, que­sta acqui­si­zione non si tra­duce in una ripresa del vec­chio anti­cle­ri­ca­li­smo, ma anzi in una atten­zione più assi­dua al dia­logo con le istanze pro­fonde della sen­si­bi­lità reli­giosa. In forma dif­fe­ren­ziata: sprez­zante nei con­fronti di De Gasperi, affet­tuoso nei con­fronti di Don Giu­seppe De Luca («lei è per me tra i pochi che, vivendo, della mia vita stati un po’ la com­pa­gnia e un po’ la fie­rezza» gli scrive il prete lucano in punto di morte, nel gen­naio 1962). E in una let­tera alla sorella di De Luca, a un anno dalla scom­parsa, nel feb­braio 1963, Togliatti chia­riva i ter­mini di que­sto rap­porto: «La sua mente e la sua ricerca mi pare fos­sero volte, nel con­tatto con me, a sco­prire qual­cosa che fosse più pro­fondo delle ideo­lo­gie, più valido dei sistemi di dot­trina, in cui potes­simo essere, anzi, già fos­simo uniti. Cer­cava e met­teva in luce la sostanza della nostra comune umanità».

IL RIGORE PARLAMENTARE

L’ampiezza degli inte­ressi cul­tu­rali (unita a gusti in verità retro­gradi tanto in let­te­ra­tura quanto in pit­tura e musica) non lo spinge a dive­nire quello che oggi si defi­ni­rebbe un «tut­to­logo», e que­sta con­sa­pe­vo­lezza del limite si riflette anche nel suo stile di dire­zione: «Voi mi con­si­de­rate come que­gli appa­rec­chi auto­ma­tici che ti ser­vono a tua scelta, solo che toc­chi un bot­tone, un pollo arro­sto, o un bic­chiere di birra o una cara­mella al miele» pro­te­sta scri­vendo alla Fede­ra­zione di Bolo­gna nel marzo 1961. Stile che emerge anche nel rifiuto degli usi «sovie­tici» che i diri­genti del par­tito vor­reb­bero impor­gli per cele­brare la sua per­so­na­lità, chie­den­do­gli di posare per un busto: «Que­sto si fa, da noi, ai morti ed è una cosa ridi­cola. Il mio busto, per ora, sono io. Non andrò quindi dalla Mafai a posare e se ci vado, (vado) con un bastone per distrug­gere il già fatto». E non sapremo mai, in verità, fino a che punto cre­desse alle difese argo­men­tate dell’esperienza sovie­tica in cui si pro­du­ceva, avendo però fin dal ritorno in Ita­lia chia­rito che quel modello non era impor­ta­bile né da imi­tare in forma inge­nua e ripe­ti­tiva.

Molto signi­fi­ca­tivo è anche quel che emerge sulla con­ce­zione della demo­cra­zia par­la­men­tare, che fu uno dei car­dini su cui il Pci di Togliatti venne costruito. In un momento in cui i lea­ders poli­tici si espri­mono in par­la­mento come se si tro­vas­sero alla Sagra della Fet­tunta di Rignano, è istrut­tivo lo scam­bio di let­tere del mag­gio 1964 con Pie­tro Nenni a pro­po­sito della deca­denza della prassi par­la­men­tare. Lo sca­di­mento dello stile di lavoro dei par­la­men­tari si regi­stra nella «deca­denza del dibat­tito e quindi anche dell’istituto par­la­men­tare. Que­sti discorsi ad aula vuota, nell’assenza totale o quasi dei par­titi gover­na­tivi e dei diri­genti del governo, e i voti che inter­ven­gono poi, a cor­ri­doi affol­lati, su posi­zioni ela­bo­rate in altra sede, sono un fatto assai grave». Già in una let­tera a Gio­vanni Leone (pre­si­dente della Camera) del 23 luglio 1958 aveva con­di­viso il per­so­nale rifiuto, a norma di rego­la­mento, dei testi «scritti» in pre­ce­denza e non svi­lup­pati al cospetto dei depu­tati, avver­tendo però che rispetto all’antica tra­di­zione par­la­men­tare il discorso poli­tico, nell’epoca dei grandi par­titi popo­lari, non poteva che assu­mere ormai «aspetti ben diversi dalla sem­plice dotta con­ver­sa­zione», soprat­tutto per chi rap­pre­sen­tava classi popo­lari e non pro­ve­niva dalle «classi colte, avvo­cati, docenti uni­ver­si­tari, ecc.» e che per­tanto nella ste­sura scritta tro­vava «asso­luta neces­sità». Tempi molto lon­tani da noi, come si vede. E lo si com­prende ancor meglio dalla chiusa della let­tera, con il rin­gra­zia­mento a Leone per l’aiuto finan­zia­rio a lui con­cesso dalla Camera per motivi di salute: «pur­troppo si riscon­tra con troppa evi­denza, in caso di infer­mità, quanto grande sia il diva­rio tra la retri­bu­zione che giu­sta­mente richiede un libero pro­fes­sio­ni­sta, anche mode­sto, e quella cui dà diritto l’attività par­la­men­tare». Non c’era una «casta», anche se l’antiparlamentarismo non man­cava di certo negli umori ata­vici dell’ideologia ita­liana.

Il cin­quan­te­simo anni­ver­sa­rio della scom­parsa di Togliatti e il tren­te­simo di Ber­lin­guer si sono intrec­ciati. Sono figure che non vanno con­trap­po­ste, e Ber­lin­guer fino alla fine degli anni Set­tanta si mosse in una linea di evi­dente con­ti­nuità con alcuni capi­saldi dell’ispirazione togliat­tiana, per poi intra­pren­dere nell’ultima e breve fase della sua vita una ricerca bru­sca­mente inter­rotta di cui nes­suno può ipo­tiz­zare com­piu­ta­mente gli esiti pos­si­bili. Sono stati anni­ver­sari che hanno evi­den­ziato il sedi­men­tarsi di «for­tune» molto diverse, e quasi di mito­lo­gie dif­fe­ren­ziate, sostan­ziate spesso di empa­tia con­fusa in un caso, di fredda dif­fi­denza (se non dam­na­tio memo­riae) nell’altro.

LA «QUE­STIONE NAZIONALE»

Pro­ba­bil­mente nes­sun can­tante dichia­rerà mai che votava comu­ni­sta per­ché Togliatti «era una brava per­sona». Fu in effetti per­so­nag­gio assai più rispet­tato e sti­mato che «amato» (se pure dopo l’attentato del luglio 1948 e nei fune­rali dell’agosto 1964 era emerso un pro­fondo legame popo­lare nutrito anche di affetto). E cer­ta­mente il mondo di Togliatti dopo mezzo secolo non esi­ste più, si è com­ple­ta­mente dis­solto in tutti i suoi pre­sup­po­sti, negli sce­nari nazio­nali e ancor più inter­na­zio­nali. Eppure mi sen­ti­rei di affer­mare che ci sono ele­menti di attua­lità mag­giore nel lascito di Togliatti che in quello di Ber­lin­guer (almeno così come viene vis­suto e inter­pre­tato).

Se la «que­stione morale» di Ber­lin­guer è ormai con­cetto lar­ga­mente inser­vi­bile, espo­sto a tutti i mora­li­smi e giu­sti­zia­li­smi delle piazze, è soprat­tutto la «que­stione poli­tica» che Togliatti ha lasciato in ere­dità ad assu­mere la dimen­sione di un enorme nodo irri­solto. Un grande par­tito di massa che rap­pre­senti il mondo del lavoro, auto­nomo da poteri forti, gruppi di pres­sione e mosche coc­chiere, inca­na­lato in una demo­cra­zia par­la­men­tare non ever­siva dell’esistente e mediata da una Costi­tu­zione pro­gram­ma­tica, un par­tito in grado di costruire con tena­cia rap­porti di forza più favo­re­voli ai lavo­ra­tori, e che si fondi su una auten­tica par­te­ci­pa­zione popo­lare e non su ristrette éli­tes di intel­let­tuali o pic­cole sette depo­si­ta­rie di dot­trine immu­ta­bili.

Que­sto è man­cato dram­ma­ti­ca­mente nel quarto di secolo che ci separa dall’eutanasia della crea­tura poli­tica ideata da Togliatti, e attorno a que­sta assenza si con­suma il vuoto, muto nella sostanza, chias­soso nelle forme, della poli­tica italiana.

Dare armi ai curdi è un’operazione militare, parliamone senza ipocrisia

di Lucia Annunziata

Le decisioni che l’Europa e l’Italia stanno maturando in queste ore contengono un passaggio tremendamente nuovo e definitorio: dare armi ai curdi significa infatti oggi rientrare appieno, sia pur indirettamente per ora, nel conflitto iracheno e mediorientale in generale. Spero che le nostre classi dirigenti vorranno parlarcene senza veli.

Nell’attesa, provo a elencare le ragioni per cui inviare armi ai curdi è di fatto una operazione con vaste implicazioni militari.

Partiamo intanto dall’intervento umanitario, che è la principale ragione addotta, e da cosa significa la difesa degli uomini, donne e bambini sotto attacco dell’Isis. Formare un “corridoio umanitario”, se è questo che si vuole fare, implica il dispiegamento di uomini armati, e disposti a usare le armi, per aprire un varco sicuro. Nel caso specifico, trattandosi di territorio montano, il corridoio implica evacuazione via elicotteri (come detto pochi giorni fa dall’incaricato Onu), che a sua volta implica una copertura aerea, cioè eventuale bombardamenti d’appoggio. Chi farà cosa? Saranno i peshmerga da soli a difendere le persone in fuga, e noi forniremo loro cosa? Armi di che tipo, copertura aerea, advisor come già fanno gli Americani? 

La ragione per cui, nonostante siano spesso evocati, di corridoi umanitari se ne fanno pochi, è esattamente questa: aprirli significa mettere in atto un’azione militare, che spesso poi nella storia recente è diventata la preparazione per un impegno di truppe permanente in una determinata area, dal momento che la “sicurezza” non si ottiene con un solo intervento. Occorrerà dunque essere ben precisi su modi e tempi e le forze di queste operazioni.

In Iraq, tuttavia, nel particolare momento della eterna guerra in corso, le armi ai curdi sono già state inviate, insieme a un centinaio di “advisor” militari, dagli Stati Uniti, e lo scopo di questi aiuti si è già dimostrato ben più strategico del doveroso aiuto umanitario ai cristiani. I curdi sono, come ben si sa, una parte rilevante dell’equilibrio Iracheno e non solo, dal momento che la loro presenza si estende a fascia su quattro stati, Iraq, Iran, Siria, Turchia. 

Hanno petrolio, una identità e una rivendicazione nazionale, ed hanno la peculiarità geopolitica di costituire un elemento “terzo” nella contesa che sta stangolando il Medioriente tra Sunniti e Sciiti. 

Aiutarli e’ stato negli ultimi anni un utile modo per mantenere l’equilibrio interno al governo dell’Iraq. Senza mai aiutarli troppo, però perché una eventuale loro crescita militare è sempre stata osteggiata dai paesi in cui si trovano. In particolare, non aiutare troppo i curdi a crescere militarmente è sempre stata “noblesse oblige”, specie da parte degli Usa, nei confronti dell’utilissimo alleato turco. 

L’espansione dell’IS ha aperto tuttavia un nuovo capitolo in tutta la regione. 

Il successo del Califfato ha fatto saltare in Iraq il governo sciita di Bagdad, e in Siria ha svelato l’alto prezzo che gli Usa e l’Europa hanno pagato accettando nei fatti che fosse il radicalismo islamico a condurre per noi la battaglia contro Assad. La Turchia, nel frattempo, con la deriva autoritaria del Presidente Erdogan, è diventata un alleato non più così accettabile, né più così efficiente.

Insomma, il successo delle forze radicali dello Stato Islamico ha svelato tutta la fragilità e il pericolo del sistema di alleanze che gli Usa, e l’Europa al seguito, hanno costruito in luogo.

La carta curda era così sul tavolo della Casa Bianca da tempo. La persecuzione dei Cristiani è stata la buona occasione per calarla, ma le ragioni sono tutte di natura militare.

Armare i curdi è una scelta facile, certo più facile che sostenere sciiti o sunniti, in Iraq. Armarli significa rafforzare un esercito pro occidentale, una sorta di armata nostra ma senza i nostri, con cui intervenire nel disastroso panorama locale. Una classica “war by proxy”, uno scontro delegato a terzi che combattono per nostro conto. E l’arrivo degli advisor americani in Kurdistan ha riproposto infatti idee, immagini e tattiche di molti conflitti dell’ultimo mezzo secolo, dal Vietnam, al Centro America, all’Afghanistan. 

I cristiani, come molte altre popolazioni, sono una piccola, anche se dolorosissima, drammatica, pedina di questo grande gioco. 

Aiutarli è assolutamente necessario, ma qualunque cosa noi faremo per loro, e per i curdi, ci fa sbarcare dentro l’inferno mediorientale.

Penso che questa verità sia ben chiara a tutti - altrimenti non mi spiegherei la drammatica evocazione di una terza guerra mondiale da parte del Papa, la improvvisa e rilevante visita del Premier nel cuore del conflitto, a Bagdad e in Kurdistan; o la decisione dei leader europei che molto raramente hanno prima deciso invio di “armi” a gruppi in zone di Guerra. 

Ma ci diranno tutti loro questa verità? Intervenire in Medio Oriente (e sulla Russia, e in Libia, dove operiamo già con nostre operazioni “segrete”) è più che mai urgente, e forse l’azione militare, in una forma o l’altra, non è più rimandabile. 

Ma sicuramente non rimandabile è un chiarimento con le nostre opinioni pubbliche sulle conseguenze delle decisioni che la classe dirigente sta prendendo.

Lettera di Barbara Spinelli alla lista L’Altra Europa con Tsipras dopo i vergognosi attacchi subiti

Cari amici,

di fronte ai reiterati attacchi alla Lista, che ancora una volta si sono concentrati sulla mia persona, è stato volutamente deciso di tenere un profilo minimo: si tratta di provocazioni, cui è bene non dare corda. Dico questo pur essendo consapevole del disorientamento che può nascere nel nostro movimento e tra i nostri elettori. È il motivo per cui i fatti sono stati precisati con comunicati scarni ed essenziali, inviati ai giornali da cui son partite le aggressioni. Tuttavia non può sfuggire che l’attacco è di natura politica – e non solo comunicativa – volto a ostacolare il faticoso processo di costituzione di un soggetto unitario di opposizione sociale che si contrapponga nettamente, in Italia e in Europa, ai governi di larghe intese e alle politiche di austerità; un progetto  che, pur fra mille difficoltà, ha avuto successo alla sua prima prova elettorale.

I fatti, cui è bene riportare i discorsi, sono davanti a tutti.

Fin dal primo giorno del mio insediamento al Parlamento europeo, ho partecipato a tutte le attività parlamentari: sessioni plenarie, riunioni di due commissioni, riunioni di gruppi e di delegazione.

Il Parlamento europeo si è riunito a luglio in due sessioni plenarie, il 2 e 3 luglio, e poi dal 15 al 17 (e non solo il 16 e 17). Ho partecipato attivamente alla sessione del 2 e 3 luglio, anche con un intervento in aula sulla presidenza italiana, prendendo parte a tutte le votazioni della sessione costitutiva.

Ho partecipato ai lavori della seconda sessione plenaria di luglio, nelle giornate del 15 e del 16, prendendo parte a tutte le votazioni del 16 e in particolare al dibattito e al voto di fiducia sul presidente della commissione europea Jean-Claude Juncker (con un mio testo depositato presso la presidenza del parlamento).:

Non sono stata presente solo il 17, insieme agli altri due deputati della nostra Lista, Eleonora Forenza e Curzio Maltese, per la riunione italiana con il leader europeo Tsipras, che si è tenuta a Roma. L’incontro, organizzato ben prima della sessione di voto a Bruxelles, era molto importante perché era la prima volta, dopo le elezioni, che si cominciava a discutere congiuntamente delle prospettive e degli indirizzi di lungo periodo della politica europea e internazionale del gruppo parlamentare della sinistra europea. Il 18 ho tenuto un comizio con Alexis Tsipras, Eleonora Forenza e Curzio Maltese, che precedeva il primo incontro plenario della Lista, il 19 luglio.

A fine giugno ho partecipato, in sostituzione del Presidente della Gue-Ngl Gaby Zimmer, a un incontro a Roma con il Presidente del Consiglio e con i parlamentari italiani, per discutere i compiti dell’imminente presidenza di turno affidata all’Italia.

Nel mese di luglio ho promosso, con Guido Viale e Daniela Padoan, un appello  circostanziato «Per una strategia europea in materia di migrazione e asilo», in occasione del semestre italiano di presidenza dell’Unione Europea appena cominciato.

Il prossimo immediato impegno istituzionale sarà la riunione informale del Consiglio Affari generali dell’Unione Europea che si terrà a Milano il 28 e 29 agosto, nella quale mi è stato chiesto di rappresentare la Commissione Affari costituzionali del Parlamento europeo.

Un caro saluto e un augurio di buon lavoro a tutti

Barbara Spinelli

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