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Fortress Europe: La strage »

Fanno tutti a gara a contare quanti ne sbarcano, pronti a gridare all’invasore. Ma quanti sono quelli che non sono arrivati? Muoiono giorno dopo giorno. Anno dopo anno. E i loro corpi finiscono nell’oblio delle coscienze, seppelliti in fondo al cimitero Mediterraneo. Mangiati dai pesci e accatastati sopra le tubature dei gasdotti che sembrano a volte l’unico ponte rimasto tra le due rive. Da anni Fortress Europe cerca di documentare questa strage. I numeri parlano da soli.

Dal 1988 sono morte lungo le frontiere dell’Europa almeno 21.344 persone. Di cui 2.352 soltanto nel corso del 2011, almeno 590 nel 2012, 801 nel 2013 e già 1.991 nei primi otto mesi del 2014. Il dato è aggiornato al 14 settembre 2014 e si basa sulle notizie censite negli archivi della stampa internazionale degli ultimi 26 anni. Il dato reale potrebbe essere molto più grande. Nessuno sa quanti siano i naufragi di cui non abbiamo mai avuto notizia. Lo sanno soltanto le famiglie dei dispersi, che dal Marocco allo Sri Lanka, si chiedono da anni che fine abbiano fatto i loro figli partiti un bel giorno per l’Europa e mai più tornati.

Di seguito la rassegna completa e aggiornata delle notizie, dal 1988 a oggi. Per un’analisi statistica, frontiera per frontiera, leggete la scheda Fortezza Europa.

800 vittime in 3 naufragi (FOTO) »

Quei cessate il fuoco incessantemente violati. Come andrà a finire per Israele, Hamas e Gaza? | Noam Chomsky »

Il 26 agosto Israele e l’Autorità Palestinese (AP) hanno entrambi accettato un accordo per il cessate il fuoco dopo un assalto israeliano a Gaza durato 50 giorni, che ha seminato 2100 morti palestinesi, lasciandosi alle spalle un panorama di devastazione. L’accordo richiede l’interruzione delle azioni militari sia da parte di Israele che di Hamas, insieme all’allentamento dell’assedio col quale Israele strangola Gaza ormai da parecchi anni.

E tuttavia si tratta solo dell’ultimo di una serie di cessate il fuoco raggiunti in seguito alle periodiche escalation nell’incessante aggressione israeliana a Gaza. I termini di accordi come questo restano sempre, essenzialmente, i medesimi. In un secondo momento, lo schema di comportamento seguito di norma da Israele è quello d’ignorare qualsiasi accordo in vigore, mentre Hamas lo rispetta — come del resto Israele ha ufficialmente riconosciuto — fino al momento in cui un’impennata nella violenza da parte di Israele finisce per stimolare una risposta da parte di Hamas, seguita da un ulteriore crescendo di brutalità. Escalation come queste — che in poche parole equivalgono a sparare ai pesci in un barile — nel gergo israeliano vengono normalmente definite “tosatura del prato”. A dire il vero la più recente è stata meglio descritta da un alto ufficiale dell’esercito statunitense — disgustato dalle pratiche adottate dal sedicente “esercito più morale del mondo” — come “rimozione del soprassuolo”.

Primo della serie è stato l’Accordo sul Movimento e l’Accesso fra Israele e l’Autorità Palestinese, siglato nel novembre 2005. Che richiedeva “l’attraversamento del confine fra Gaza e l’Egitto a Rafah, per l’esportazione di merci e il passaggio di persone, continue operazioni d’attraversamento fra Israele e Gaza per import/export e passaggio di persone, riduzione degli ostacoli alla mobilità in Cisgiordania, la creazione di linee di autobus e di trasporto merci fra Cisgiordania e Gaza, la costruzione di un porto marittimo a Gaza [e la] riapertura dell’aeroporto di Gaza” che i bombardamenti israeliani avevano demolito.

Quell’accordo fu raggiunto poco dopo il ritiro da Gaza dei coloni e dei soldati israeliani. Il movente del disimpegno fu chiarito da Dov Weissglass, consigliere dell’allora Primo Ministro Ariel Sharon, che all’epoca aveva ricevuto l’incarico di lavorare al negoziato, e di implementarlo. “Il significato del piano di disimpegno sta nel congelamento del processo di pace”, chiarì lo stesso Weissglass di fronte alla stampa israeliana. “E congelare quel processo significa prevenire la nascita di uno stato palestinese, e prevenire un dibattito sui rifugiati, sui confini, e su Gerusalemme. A tutti gli effetti, l’intero pacchetto chiamato stato palestinese, con tutto ciò che ne consegue, è stato rimosso a tempo indeterminato dalla nostra agenda. E tutto ciò è stato fatto con tutta l’autorità e tutti i permessi. Con la benedizione presidenziale [statunitense] e la ratifica da parte di entrambi i rami del Congresso”. Assolutamente vero.

"Il disimpegno in realtà è formaldeide", aggiunse Weissglass. "Ci garantisce la quantità di formaldeide necessaria affinché non si avvii alcun processo politico coi palestinesi". Gli stessi falchi israeliani riconoscevano il fatto che invece di continuare a investire ingenti risorse nel mantenimento di poche migliaia di coloni in comunità all’interno di un territorio devastato come quello di Gaza, avrebbe avuto più senso trasferirli in altre comunità illegali sovvenzionate presenti in altre zone della Cisgiordania, alle quali invece Israele non aveva alcuna intenzione di rinunciare.

Il disimpegno fu presentato come uno sforzo nobile in cerca della pace, ma la verità era sostanzialmente diversa. Israele non ha mai allentato il proprio controllo su Gaza, ed è perciò riconosciuta come forza occupante dalle Nazioni Unite, dagli USA e da altri stati (a parte Israele, ovviamente). Nella loro esauriente analisi storica degli insediamenti israeliani nei territori occupati, gli studiosi israeliani Idith Zertal e Akiva Eldar descrivono ciò che successe davvero durante il disimpegno: il territorio ridotto in macerie non fu liberato “neanche per un solo giorno dalla stretta militare israeliana, né gli abitanti sollevati dal prezzo che pagano ogni giorno per l’occupazione”. Dopo il disimpegno “Israele si lasciò dietro terra bruciata, servizi devastati, e gente senza un presente o un futuro. Gli insediamenti erano stati ingenerosamente distrutti da una forza d’occupazione tutt’altro che illuminata, che anzi continua a controllare il territorio, uccidendo e tormentando i suoi abitanti grazie alla propria formidabile potenza militare”.

Le operazioni Piombo Fuso e Pilastro di Difesa

La scusa per violare pesantemente quell’accordo di novembre, Israele la ottenne presto. Nel gennaio 2006 i palestinesi commisero un grave crimine. Votarono “nel modo sbagliato” alle loro libere — e attentamente monitorate — elezioni, mettendo il parlamento nelle mani di Hamas. Israele e gli Stati Uniti imposero immediatamente durissime sanzioni, mostrando molto chiaramente al mondo che cosa intendevano quando si parlava di “promuovere la democrazia”. E l’Europa, per sua vergogna, si accodò.

Gli Stati Uniti e Israele iniziarono presto a preparare un colpo di stato militare per abbattere l’inaccettabile governo eletto, secondo una formula ormai familiare. Quando Hamas riuscì a prevenire il golpe nel 2007, l’assedio di Gaza si fece più intenso, così come la routine delle aggressioni militari israeliane. L’aver votato in maniera sbagliata durante libere elezioni era già abbastanza grave, ma l’aver impedito un colpo di stato militare concepito dagli Stati Uniti si dimostrò un’offesa imperdonabile.

Nel giugno del 2008 si raggiunse un nuovo accordo per il cessate il fuoco. Che ancora una volta prevedeva l’autorizzazione agli attraversamenti del confine allo scopo di “permettere il trasferimento di tutte quelle merci il cui accesso a Gaza era stato bandito o ristretto”. Israele acconsentì formalmente, ma annunciò subito dopo che non avrebbe rispettato l’accordo aprendo i confini finché non fosse stato liberato Gilad Shalit, un soldato israeliano catturato da Hamas.

Anche Israele ha una lunga storia di rapimenti di civili, in Libano e in mare, che poi tiene prigionieri per lunghi periodi senza capi d’accusa credibili, a volte come veri e propri ostaggi. Naturalmente, l’imprigionamento di civili con capi d’accusa di dubbia credibilità, o anche senza, è una pratica comune nei territori controllati da Israele. Ma la distinzione occidentale standard fra persone e “nonpersone” (secondo la comoda definizione orwelliana) rende tutto ciò insignificante.

Israele non solo mantenne l’assedio, violando l’accordo per il cessate il fuoco del giugno 2008, ma lo fece con estrema durezza, spingendosi fino a impedire all’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione (UNRWA) — che si prende cura dell’enorme numero di rifugiati ufficiali di Gaza — il rifornimento delle proprie scorte.

Il 4 novembre, mentre i mezzi d’informazione si concentravano sulle elezioni presidenziali americane, i soldati israeliani entrarono a Gaza, uccidendo mezza dozzina di miliziani di Hamas. Cosa che stimolò come risposta da parte di Hamas il lancio di missili e uno scontro a fuoco (i morti furono tutti palestinesi). Alla fine di dicembre, Hamas propose il rinnovo del cessate il fuoco. Israele prese in considerazione l’offerta, ma poi la rifiutò, preferendole il lancio dell’Operazione Piombo Fuso: un’incursione della durata di tre settimane con tutta la potenza dell’esercito Israeliano riversata nella Striscia di Gaza, che si concretizzò in una serie di scioccanti atrocità ben documentate dalle organizzazioni per i diritti umani, internazionali e israeliane.

L’8 gennaio 2009, mentre Piombo Fuso infuriava, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite approvò all’unanimità una risoluzione (con l’astensione degli Stati Uniti) chiedendo un “immediato cessate il fuoco, seguito dal pieno ritiro israeliano, dal libero afflusso delle scorte di cibo, carburante e medicine a Gaza, e dall’intensificarsi delle intese internazionali per prevenire il contrabbando di armi e munizioni”.

Si raggiunse un nuovo accordo per il cessate il fuoco, le cui condizioni tuttavia — così come nei casi precedenti — non furono mai rispettate, e s’infransero del tutto in occasione del nuovo pesante episodio di tosatura del prato nel novembre 2012, con l’Operazione Pilastro di Difesa. Ciò che accadde nel frattempo può essere ben illustrato dai dati sulle vittime dal gennaio 2012 al lancio dell’operazione: un israeliano ucciso dal fuoco proveniente da Gaza, e dall’altra parte 78 palestinesi uccisi dal fuoco israeliano.

Il primo atto dell’Operazione Pilastro di Difesa fu l’omicidio di Ahmed Jabari, alto esponente dell’ala militare di Hamas. Aluf Benn, direttore del principale quotidiano israeliano, Haaretz, descrisse Jabari come un “subappaltatore” di Israele a Gaza, che per più di cinque anni aveva contribuito a mantenere una quiete relativa all’interno della zona. Come sempre non mancò il pretesto per l’assassinio, ma la ragione più probabile fu offerta dal pacifista israeliano Gershon Baskin. Coinvolto direttamente per anni nei negoziati con Jabari, egli sostenne che, poche ore prima di essere assassinato, Jabari “ricevette la bozza di un accordo per una tregua permanente con Israele, che avrebbe incluso dei meccanismi per il mantenimento del cessate il fuoco nel caso di un riaccendersi del conflitto fra Israele e le fazioni della Striscia di Gaza”.

Esiste una lunga tradizione di azioni progettate da Israele per impedire la minaccia di un accordo diplomatico. Dopo questo ennesimo esercizio di tosatura del prato, fu raggiunto ancora un altro accordo per il cessate il fuoco. Secondo condizioni ormai standardizzate, esso richiedeva l’interruzione delle azioni militari di tutte le parti in conflitto, nonché la fine dell’assedio di Gaza, con “l’apertura da parte di Israele del confine, e la facilitazione degli spostamenti delle persone e del trasporto delle merci, l’interruzione delle limitazioni alla libertà di movimento dei suoi abitanti, e dell’abitudine di prendere di mira gli abitanti delle aree di confine”.

Ciò che accadde in seguito fu analizzato da Nathan Thrall, senior analyst del Medio Oriente all’International Crisis Group. L’intelligence israeliana riconosceva che Hamas stava rispettando le condizioni del cessate il fuoco. “Israele — scrive Thrall — non vedeva quindi alcun incentivo nel rispettare la propria parte dell’accordo. Nei tre mesi successivi al cessate il fuoco, le sue forze compirono incursioni regolari a Gaza, sparando contro gli agricoltori palestinesi, e contro la gente che cercava di recuperare qualcosa dai rifiuti e dalle rovine lungo il confine, e apriva il fuoco contro le imbarcazioni, impedendo quindi ai pescatori di accedere alla maggior parte delle acque di Gaza”. In altre parole, l’assedio non si era mai concluso. “Gli attraversamenti del confine furono ripetutamente impediti. Furono ristabilite le cosiddette zone cuscinetto all’interno di Gaza [aree proibite ai palestinesi, che includono un terzo o più delle poche terre coltivabili della Striscia]. Le importazioni furono ridotte, e le esportazioni bloccate, mentre sempre meno abitanti di Gaza ricevevano i permessi d’uscita per Israele e Cisgiordania”.

Operazione Margine Protettivo

Le cose sono andate avanti più o meno così fino all’aprile del 2014, quando è successo qualcosa d’importante. Le due principali formazioni politiche palestinesi — Hamas, con la sua base politica a Gaza, e l’Autorità Palestinese in Cisgiordania, dominata da Fatah — hanno firmato un’accordo unitario. Hamas ha fatto concessioni importanti. Il governo d’unità non avrebbe ospitato nessuno dei suoi membri o alleati. In sostanza, come osserva Nathan Thrall, Hamas ha affidato il governo di Gaza all’AP. Migliaia di uomini delle forze di sicurezza dell’AP vi sono stati inviati, e l’AP ha disposto le proprie guardie lungo i confini e alle frontiere, senza alcuna posizione di reciprocità per Hamas nell’apparato di sicurezza della Cisgiordania. Infine, il governo di unità ha accettato le tre condizioni a lungo richieste da Washington e dall’Unione Europea: la non-violenza, il rispetto degli accordi passati, e il riconoscimento di Israele.

Questo ha scatenato la furia d’Israele. Il suo governo ha dichiarato d’un tratto che avrebbe rifiutato ogni accordo col governo d’unità, cancellando i negoziati. Una furia accresciuta quando gli Stati Uniti, insieme alla maggior parte del resto del mondo, hanno manifestato il loro sostegno al governo d’unità.

Ci sono delle buone ragioni per cui Israele si oppone all’unificazione dei palestinesi. Innanzitutto il conflitto Hamas-Fatah ha fornito un utile pretesto per rifiutare d’impegnarsi in negoziati seri. Del resto come si può trattare con un’entità divisa? E, cosa ancor più significativa, per più di vent’anni Israele si è impegnato a separare Gaza dalla Cisgiordania, in violazione degli Accordi di Oslo siglati nel 1993, che dichiarano Gaza e la Cisgiordania un’unità territoriale inseparabile.

Uno sguardo alla mappa ne spiega bene il movente. Separata da Gaza, qualsiasi enclave cisgiordana lasciata ai palestinesi non avrà accesso al mondo esterno. Si ritrovano schiacciati fra due potenze ostili, Israele e la Giordania, entrambi stretti alleati degli USA — e per sfatare qualsiasi illusione in proposito, gli Stati Uniti sono molto lontani dall’essere un “mediatore onesto” e neutrale.

Inoltre Israele sta sistematicamente prendendo possesso della Valle del Giordano, scacciando i palestinesi, stabilendo insediamenti, costruendo pozzi, insomma facendo tutto il necessario per assicurarsi che la regione — circa un terzo della Cisgiordania, con gran parte delle sue terre coltivabili — finisca per essere assorbita da Israele insieme alle altre regioni di cui il Paese si sta impossessando. Ecco perché i rimanenti cantoni palestinesi finiranno completamente imprigionati. La loro unificazione con Gaza interferirebbe con questi piani, che risalgono agli albori dell’occupazione, e hanno stabilmente goduto dell’appoggio delle principali formazioni politiche, incluse figure solitamente raffigurate come “colombe” del calibro dell’ex presidente Shimon Peres, uno degli architetti degli insediamenti nel profondo della Cisgiordania.

Al solito, ci voleva un pretesto per passare all’escalation successiva. L’occasione si è presentata quando tre ragazzi israeliani provenienti da una comunità di coloni in Cisgiordania sono stati brutalmente assassinati. Il governo israeliano ha evidentemente capito molto in fretta che erano morti, ma ha fatto finta di non rendersene conto, offrendo l’occasione per l’avvio di una “operazione di salvataggio” — cioè in realtà un assalto che aveva come obiettivo principale Hamas. Il governo Netanyahu ha sostenuto fin dal principio la responsabilità di Hamas, ma non ha mai fatto alcuno sforzo per mostrarne delle prove.

Una delle voci più autorevoli in Israele su Hamas, Shlomi Eldar, ha sostenuto quasi fin da subito che gli assassini provenivano probabilmente da un clan dissidente di Hebron che da tempo rappresenta una spina nel fianco della leadership di Hamas. E ha poi aggiunto: “Sono sicuro che non abbiano mai ricevuto alcun via libera da parte della leadership di Hamas, ma che semplicemente pensassero che era il momento giusto per agire”.

La polizia israeliana da allora sta cercando di arrestare i membri del clan, continuando a sostenere, senza prove, che si tratti di “terroristi di Hamas”. Il 2 settembre Haaretz ha riferito che, dopo approfonditi interrogatori, i servizi di sicurezza israeliani avrebbero concluso che il rapimento degli adolescenti “è stato portato avanti da una cellula indipendente” senza legami noti diretti con Hamas.

L’assalto durato 18 giorni delle Forze di Difesa israeliane è riuscito a minare alle fondamenta il temuto governo d’unità. Stando a fonti militari israeliane, i loro soldati hanno arrestato 419 palestinesi, inclusi 335 affiliati ad Hamas, uccidendone sei, perquisendo migliaia di luoghi e confiscando 350 mila dollari. Israele ha inoltre condotto dozzine di attacchi a Gaza, uccidendo il 7 luglio cinque membri di Hamas.

E Hamas alla fine ha reagito, lanciando i suoi primi razzi dopo 18 mesi — sostengono fonti israeliane — e regalando così a Israele il pretesto per avviare l’Operazione Margine Protettivo, l’8 luglio. L’assalto, durato 50 giorni, si è dimostrato la più estrema fra le tosature del prato. Finora.

Operazione [Ancora Senza Nome]

Israele si trova oggi in un’ottima posizione per invertire la sua politica vecchia di decenni di separazione di Gaza dalla Cisgiordania, in violazione dei suoi solenni impegni, e rispettando per la prima volta un importante accordo per il cessate il fuoco. La minaccia democratica del vicino Egitto, almeno per il momento, si è ridotta, e la brutale dittatura militare egiziana del Generale Abdul Fattah al-Sisi per Israele rappresenta un comodo alleato nell’esercizio del controllo su Gaza.

Il governo d’unità palestinese, come osservato precedentemente, sta ponendo le forze dell’AP — addestrate dagli americani — a guardia dei confini di Gaza, e la governance potrebbe passare nelle mani dell’Autorità Palestinese, che dipende da Israele per la sua sopravvivenza, e per le sue finanze. Israele potrebbe infine rendersi conto che la sua occupazione del territorio palestinese in Cisgiordania è andata così tanto avanti che ormai c’è poco da temere da una qualche limitata forma d’autonomia alle enclave che restano in mano ai palestinesi.

C’è del vero nelle osservazioni del Primo Ministro Benjamin Netanyahu: “Molti attori all’interno della regione oggi capiscono che, nella lotta che li minaccia, Israele non è un nemico ma un partner”. Akiva Eldar, il principale corrispondente israeliano sulle questioni diplomatiche, aggiunge tuttavia che: “Tutti gli ‘attori nella regione’ capiscono pure che non esiste alcun coraggioso e completo passo avanti diplomatico all’orizzonte che non passi da un accordo per la fondazione di uno stato palestinese basato sui confini del 1967, e da una soluzione equa e concordata al problema dei rifugiati”. Ma tutto ciò, come osserva, non è nell’agenda di Israele, ed è anzi in diretto conflitto col programma elettorale formulato nel 1999 dall’attuale coalizione di governo del Likud, mai rinnegato, che “rifiuta nettamente la nascita di uno stato arabo palestinese a ovest del fiume Giordano”.

Alcuni commentatori israeliani ben informati, e in particolare l’editorialista Danny Rubinstein, ritengono che Israele si stia preparando a invertire la rotta, allentando la sua presa su Gaza.

Vedremo.

L’esperienza degli ultimi anni sembra prospettarci esiti diversi, e i primissimi segnali non sono certo di buon auspicio. Con la fine dell’Operazione Margine Protettivo, Israele ha annunciato la più vasta appropriazione di terra in Cisgiordania da trent’anni a questa parte, quasi mille acri. La radio israeliana sostiene che l’occupazione è in risposta all’omicidio dei tre adolescenti ebrei da parte di “miliziani di Hamas”. Come rappresaglia per l’omicidio, un ragazzino palestinese è stato bruciato vivo, ma nessun terreno israeliano è stato consegnato ai palestinesi, né alcuna reazione c’è stata quando un soldato israeliano ha ucciso Khalil Anati, dieci anni, lungo una silenziosa stradina del campo per rifugiati vicino Hebron, il 10 agosto — cioè mentre l’esercito più morale del mondo stava facendo a pezzi Gaza — per poi andarsene via a bordo della propria jeep mentre il bambino moriva dissanguato.

Anati era uno dei ventitré palestinesi (inclusi tre bambini) uccisi dalle forze d’occupazione israeliane in Cisgiordania mentre l’offensiva di Gaza era in corso — stando alle statistiche compilate dall’ONU — insieme a più di duemila feriti, il 38 per cento dei quali da colpi di arma da fuoco. “Nessuno di coloro che sono rimasti uccisi stava mettendo a rischio le vite dei soldati”, ha scritto il giornalista israeliano Gideon Levy. Non c’è stata alcuna reazione di fronte a nessuna [di queste morti], così come non ce ne sono state quando Israele ha ucciso, in media, più di due bambini palestinesi ogni settimana nel corso degli ultimi quattordici anni. Nonpersone, per l’appunto.

Ormai da ogni parte si tende a sostenere che, se l’accordo per i due stati è ormai morto in seguito all’occupazione delle terre palestinesi, l’esito finale sarà quello di uno Stato a ovest del Giordano. Fra i palestinesi c’è chi accoglie questa possibilità, in vista di una campagna per i diritti civili sul modello di quella contro l’apartheid in Sud Africa. Molti opinionisti israeliani avvisano che il rischio di un “problema demografico” — rappresentato dal superiore numero di nascite fra gli arabi rispetto agli ebrei, e dalla diminuzione dell’immigrazione degli ebrei — finirà per minare alle fondamenta la loro speranza in uno “stato ebraico democratico”.

Ma questa diffusa convinzione è quanto meno dubbia.

L’alternativa realistica all’accordo per due stati è che Israele continui a portare avanti i piani che ha seguito per anni, appropriandosi di ciò che è di valore in Cisgiordania, evitando concentrazioni di popolazione palestinese, e rimuovendo i palestinesi dalle aree che integra in Israele. E questo dovrebbe impedire il realizzarsi del temuto “problema demografico”.

Le aree che vengono integrate in Israele includono un’ampliata Grande Gerusalemme, l’area perimetrale interna all’illegale “muro di separazione”, i corridoi ad est, e finirà probabilmente con l’includere anche la Valle del Giordano. Gaza resterà probabilmente sotto il solito durissimo assedio, separata dalla Cisgiordania. E le Alture del Golan Siriano — come Gerusalemme, annesse in violazione degli ordini del Consiglio di Sicurezza — entreranno silenziosamente a far parte della Grande Israele. Nel frattempo, i palestinesi della Cisgiordania verranno confinati all’interno di cantoni invivibili, con sistemazioni speciali per le élite, secondo gli standard dello stile neocoloniale.

Queste linee guida vengono ormai seguite sin dalla conquista del 1967, secondo il principio espresso dall’allora ministro della Difesa Moshe Dayan, uno dei leader israeliani più comprensivi nei confronti dei palestinesi. Fu lui a spiegare ai colleghi di gabinetto che avrebbero dovuto informare i rifugiati palestinesi in Cisgiordania del fatto che: “Non abbiamo alcuna soluzione, continuerete a vivere come cani, e chiunque desideri potrà andarsene, e vedremo dove ci conduce questa strada”.

Il suggerimento era perfettamente coerente all’interno di quanto elaborato nel 1972 dal futuro presidente Haim Herzog: “Non nego ai palestinesi un luogo, una posizione o un’opinione su ciascuna questione… Ma certo non sono preparato a prenderli in considerazione come partner da alcun punto di vista all’interno di una terra che è stata consacrata fra le mani della nostra nazione per migliaia di anni. Per gli ebrei di queste terre non ci possono essere partner”. Dayan chiedeva anche l’imposizione della “regola permanente” di Israele (“memshelet keva”) sui territori occupati. Quando Netanyahu prende la medesima posizione oggi, non è certo un pioniere.

Al pari degli altri stati, Israele usa la “sicurezza” come giustificazione per le proprie azioni violente e aggressive. Ma gli israeliani informati sanno bene come stanno veramente le cose. La loro comprensione della realtà è stata espressa chiaramente nel 1972 dall’allora Comandante dell’Aeronautica (in seguito presidente) Ezer Weizmann. Fu lui a spiegare che non ci sarebbe alcun problema di sicurezza, se Israele accettasse la richiesta internazionale di ritirarsi dai territori conquistati nel 1967, ma in quel caso il paese non sarebbe più in grado di “esistere con quelle proporzioni, con quello spirito e con quelle qualità che adesso incarna”.

Per un secolo la colonizzazione sionista della Palestina è andata avanti innanzitutto in base al principio pragmatico di un’azione silenziosa sul campo, che poi il mondo deve abituarsi ad accettare. Una politica di grande successo. Non c’è motivo di aspettarsi che non prosegua fin quando gli Stati Uniti continueranno ad offrire il loro necessario sostegno militare, economico, diplomatico ed ideologico. Per quelli che si preoccupano per i diritti della brutalizzata popolazione palestinese, non può esserci altra priorità che lavorare per cambiare la politica degli Stati uniti, cosa certo non impossibile.

(Traduzione di Stefano Pitrelli)

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Noam Chomsky è Institute Professor emeritus al Dipartimento di Linguistica e Filosofia del Massachusetts Institute of Technology. Fra i suoi libri più recenti Hegemony or Survival, Failed States, Power Systems, Occupy, e Hopes and Prospects. Il suo ultimo saggio, Masters of Mankind, è pubblicato da Harmarket Books, che l’anno prossimo ripubblicherà anche dodici dei suoi testi classici in nuove edizioni. I suoi lavori vengono regolarmente pubblicati su TomDispatch.com. Il suo sito web è www.chomsky.info.

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Isis, la resistenza delle donne curde (che non va in tv)

Ecco un bel documentario che illustra la resistenza delle donne curde siriane al terrorismo fondamentalista islamico. Queste donne combattenti appartengono all’Ypg, organizzazione creata per garantire per l’autonomia del Kurdistan siriano sia di fronte al regime di Assad che ai tagliagole dell’Isis e simili, come ad esempio Al Nousra.

Un messaggio di pace e democrazia da una regione insanguinata. Queste donne hanno consapevolmente imbracciato le armi in mancanza di alternative. Uccidere è sbagliato, dicono, ma non abbiamo altra possibilità. Criticano la società patriarcale e il capitalismo. Rivolgono un appello alle donne europee che sanno soffrire un’oppressione per molti versi simile a quella che vivono loro. Demistificano il discorso razzista di chi afferma che l’Islam è una religione oppressiva e misogina affermando che la folle e mortifera linea dell’Isis non ha nulla in comune con la religione.

Le radici dell’oppressione nei confronti della donna sia essa velata o esibita come oggetto sessuale in vendita al miglior offerente (o entrambe le cose insieme, soluzione a quanto pare preferita dai terroristi), sono in un sistema mondiale di dominazione ed oppressione che prescinde da ogni discorso religioso, usato strumentalmente solo come specchietto per le allodole. Una trappola nella quale cadono i giovani europei che si arruolano sotto le bandiere di Al Baghdadi, così come gli scellerati che parlano di “scontro di civiltà” e si illudono che il problema sarà risolto con qualche bombardamento.

Siamo sicuri che i media occidentali non destineranno a un video come questo neanche un millesimo del tempo concesso agli atroci messaggi dell’Isis assortiti di decapitazioni in diretta. Anche questa è una conferma di quanto il nostro sistema di comunicazione e informazione sia profondamente distorto e malato. Non ci si deve poi stupire più di tanto se il livello di conoscenza su temi come questi, che pure ci riguardano da vicino, sia bassissimo. I media conformisti, omologati e attenti solo agli aspetti sensazionalistici della situazione (che c’è di più bello per rilanciare l’audience di una bella decapitazione in diretta?), fomentano pregiudizi, spesso anche di tipo razzista, e ripropongono come soluzione ai problemi quel colonialismo che, nelle sue varie forme, è in realtà il padre di tutti i problemi.

Un motivo in più per divulgare immagini e discorsi come questi. La democrazia e la lotta al terrorismo non sono certo un compito per chi, come gli Stati Uniti, del terrorismo si è spesso servito (come a Cuba, in Venezuela e in molte altre parti del mondo) e ha creato le condizioni atte alla sua nascita e sviluppo. La democrazia e la lotta al terrorismo sono invece nelle mani di queste donne esemplari che vanno sostenute e aiutate.

Il progetto che queste donne portano avanti va ben al di là della necessaria e prossima sconfitta delle orde di terroristi drogati che fanno parte dell’Isis. Esso comprende una società nuova, caratterizzata dal recupero delle radici culturali umiliate dall’oppressione dei regimi e dal superamento dei vecchi modelli feudali e patriarcali, così come da quello del capitalismo da rapina che opera nella zona.

A un compito così vasto e profondo possono provvedere, con buona pace dei maschilisti che proliferano nell’attuale società italiana e sono nascosti, ahimè, all’interno di ciascuno di noi maschi, solo delle donne. Donne armate, non solo di kalashnikov (strumenti che pure in certe situazioni risultano assolutamente indispensabili), ma anche e soprattutto di una forte consapevolezza di sé, merce purtroppo sempre più rara dalle nostre parti.

Donne che, anziché attendere passivamente che qualcuno, magari rivestito da qualche bandiera occidentale, venga a salvarle, si armano e provvedono in prima persona alla sicurezza propria e dei propri concittadini. E, provvedendo alla sicurezza, gettano anche le basi per una società autenticamente democratica basata sull’eguaglianza effettiva fra i generi.

Sono davvero immagini stridenti con il “senso comune” italiota all’epoca di Renzi. No, non credo proprio che documentari come questi passeranno mai su Mamma Rai o su Mediaset. Potrebbero indurre, dando un’informazione corretta e approfondita, qualcuno a pensare. Il peccato più grave per chi ci governa e a sua volta si dimostra scarsamente propenso a tale esercizio.

Segnalo per finire che un incontro con le organizzazioni delle donne curde è stato promosso dall’Associazione dei giuristi democratici, dell’Associazione Europa Levante, dall’Unione di informazione del Kurdistan in Italia e da altri per sabato 11 ottobre presso la Casa internazionale delle donne di Roma.

Fabio Marcelli -Il Fatto Quotidiano

La grande finzione di Frontex Plus e le responsabilità dell’Europa »

Il testo integrale dell’intervento di Barbara Spinelli, eletta al Parlamento europeo dalla lista “l’altra Europa con Tsipras”  alla conferenza “Frontera Sur ¿Hay alternativas?”. Un tema centrale per una politica europea, e per un contributo non cabarettistico dell’Italia. 

La conferenza è stata organizzata al Parlamento europeo da Migreurop, Andalucia Agoge, ADPHA, CEAR, Elin, S.O.S Racismo, con la collaborazione di PICUM, ECRE, AEDH e SJM Espana. Bruxelles, 10 settembre 2014

Fra pochi giorni, tra il primo e il 5 ottobre, molti di noi si troveranno a Lampedusa per il Sabir Festival-Forum, su invito del sindaco Giusy Nicolini, dell’Arci e del Comitato 3 ottobre, nato all’indomani della grande strage di migranti dello scorso anno (400 persone vi persero la vita) per rappresentare i familiari delle vittime. L’occasione è importante, perché siamo in una vera situazione di emergenza. Lampedusa è diventata in questi anni il nostro muro della vergogna: 20mila morti dal 1988 a oggi, quasi 1900 negli ultimi sette mesi, circa 1600 negli ultimi tre. Malgrado le tante parole di cordoglio e di allarme dette dai governanti, il 2014 è un anno record per l’ecatombe di migranti e fuggitivi.

Prima dell’estate, assieme a due rappresentati della Lista italiana L’Altra Europa con Tsipras – Guido Viale e Daniela Padoan – ho lanciato un appello rivolto al Parlamento europeo in occasione del semestre italiano di Presidenza europea, in cui si chiede di porre immediatamente fine a tale vergogna, di abbattere questo muro e di creare al suo posto un vero e proprio corridoio umanitario che permetta ai migranti la fuga da guerre, carestie, disastri climatici. 
I corridoi umanitari vengono in genere garantiti in situazioni di guerra, dove le fughe rischiano di avvenire nel caos o nella costrizione, ammassando i fuggitivi in campi di detenzione e lasciandoli perire. Quella che viviamo è una situazione di guerra. È la “terza guerra a pezzetti”, o a “episodi”, di cui ha parlato Papa Francesco nel suo recente viaggio in Corea. Guerra non dichiarata, guerra dove non si combatte, ma guerra pur sempre. La strage che ne è il prodotto è vissuta dai governi europei e dall’Unione come una fatalità, perché altrimenti non si spiegano le varie misure fin qui adottate o in via di adozione, che – invece di proporsi la fine dell’ecatombe – l’accettano e addirittura l’estendono.

Nella guerra – si dice – la prima vittima è la verità. Ma sono anche vittime, e in prima linea, la legalità, i diritti delle persone che pretendiamo di tutelare da respingimenti arbitrari con la nostra Carta dei diritti fondamentali (articolo 19) [1] e anche con il nostro Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (articolo 80), che parla di solidarietà finanziaria in casi di necessità. [2]

Non creare corridoi umanitari presidiati dall’Unione e dall’ONU, come proposto nel nostro appello e in tanti altri, vuol dire una cosa precisa: lasciare alla malavita e alle mafie italiane e internazionali il monopolio nella gestione dei migranti, dei loro spostamenti e, in definitiva, delle loro stesse vite.

Nel presentare i programmi del semestre, il Presidente del consiglio italiano ha detto con una certa enfasi che l’Europa è un “faro di civiltà”, che incarna la “globalizzazione della civilizzazione”. Cominciamo con il dire a noi stessi che parole simili sono del tutto vane – ecco la verità che muore nelle guerre a episodi – se non riconosciamo che è vero il contrario: che se il Mediterraneo continua a riempirsi di persone morte perché non salvate, quello che vediamo non è la luce d’un faro: come abbiamo scritto nel nostro appello, “nella luce che la nostra civiltà pretende esportare si disvela il nostro cuore di tenebra”.

La prova, l’abbiamo avuta nelle ultime settimane. Lo spettacolo politico cui abbiamo assistito è stato, dal mio punto di vista, una vera sagra delle ipocrisie, delle menzogne: una tragica commedia degli inganni. Quando a Lampedusa avvenne la grande ecatombe del 3 ottobre 2013, venne istituita l’operazione Mare Nostrum. È lo stesso capo di stato maggiore della Marina Militare italiana, Giuseppe De Giorgi, a dire che grazie a essa sono stati salvati 113mila immigrati. Sia la Marina, sia le associazioni della società civile che si occupano di immigrazione – e in primis l’ASGI, Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, chiedevano e chiedono tuttora la trasformazione dell’operazione in una missione europea e multinazionale.

Non sono stati ascoltati, ed è qui che scatta la fiera delle vanità, delle ipocrisie. L’Unione europea (Commissione e governi) tesse le lodi di Mare Nostrum, ma al contempo è decisa a lanciare un’altra operazione, di segno radicalmente diverso: Frontex Plus. Non abbiamo i mezzi né la volontà politica di sostituire Mare Nostrum, dice il commissario europeo per gli affari interni Cecilia Malmström, e fa capire che la differenza sarà enorme: Mare nostrum era dedito alla ricerca e salvataggio (search and rescue) dei fuggitivi, Frontex Plus al pattugliamento e controllo delle coste della Fortezza Europa e dei suoi nuovi muri. Mare Nostrum si avventurava in acque internazionali fino a 170 miglia dalla costa, Frontex Plus non s’azzarderà oltre le acque territoriali europee (12 miglia). E resteranno i campi di detenzione, dove vengono gettate le persone in fuga, compresi i bambini che nell’esodo hanno perso i genitori. 
La cosa più scandalosa è che la presidenza italiana presenta Frontex Plus come un grande successo, quasi fosse stata decisa l’europeizzazione di Mare Nostrum. Risultato: Mare Nostrum presto sarà affossato e i morti nel Mediterraneo aumenteranno. La cosa è detta e non detta, ma è evidente. Si fingerà che ci sia stata un’europeizzazione della responsabilità di soccorso dei migranti. Il ministro italiano della difesa, Roberta Pinotti, è giunta sino a dire che per proteggere le nostre coste dovrebbero intervenire forze della Nato.

In questa grande finzione non si esita a usare gli argomenti più strampalati, anch’essi menzogneri. Mare Nostrum con le sue azioni di ricerca e salvataggio avrebbe aumentato le fughe e anche i rischi di morte, perché i trafficanti userebbero barconi ancora più insicuri e malandati, dando per scontato che i salvataggi comunque si continueranno a fare. È strano come l’argomento dell’azzardo morale (chi contrae una polizza non fa attenzione ai propri comportamenti viziosi, sapendo di esser coperto dall’assicurazione) sia divenuto la parola d’ordine e la filosofia dell’Unione: in economia come nella politica di immigrazione e asilo.

Tutti i dati e i rapporti delle associazioni più accreditate lo confermano: se le fughe aumentano, non è a causa di Mare Nostrum ma per un semplice motivo. Alle nostre frontiere – nel nostro “estero vicino” – le guerre semplicemente continuano. E continua la degradazione del clima, così come la spoliazione economica, che spinge tanti all’esodo.

Le due cose sono legate: l’assoluta assenza dell’Europa quando sono in gioco pace e guerra (a Gaza come in Iraq, in Libia come in Ucraina) e il muro che stiamo innalzando per rendere inaccessibile la fortezza Europa. E perché c’è questa assenza? Perché a queste guerre, ai disastri economici di tanti paesi dell’Africa del Nord, al caos che si è creato in Libia, paese dove lo Stato s’è sfasciato e che resta tuttavia il punto di partenza del più grande numero di migranti, buona parte degli Stati europei hanno partecipato in prima persona e partecipano ancora. I mali da cui vengono i milioni di profughi li abbiamo fabbricati anche noi, con le nostre mani. Verso di loro ci stiamo macchiando di quello che lo scrittore Herman Broch chiamò, agli albori del nazismo, il peggiore dei crimini: il crimine di indifferenza.

È per questo che ritengo importante la richiesta di istituire un Tribunale internazionale d’opinione per i nuovi desaparecidos del Mediterraneo, avanzata da Enrico Calamai (che fu console italiano in Argentina durante il golpe del 1976 e salvò tanti giovani oppositori dalla politica di scomparsa organizzata dal regime militare): l’obiettivo è procedere, ascoltando le testimonianze dei familiari e dei sopravvissuti, a una sorta di istruttoria che verifichi responsabilità e omissioni non solo degli “scafisti”, ma anche – e soprattutto – dei governi e degli organismi internazionali; che chiami a rispondere, nominandolo, chi rende possibile un crimine di massa, un eccidio governato in modo che ci divenga abituale, fino a farci considerare legittimo il reato di omissione di soccorso.

Note
[1] Articolo 19: Protezione in caso di allontanamento, di espulsione e di estradizione.
1. Le espulsioni collettive sono vietate.
2. Nessuno può essere allontanato, espulso o estradato verso uno Stato in cui esiste un rischio serio di essere sottoposto alla pena di morte, alla tortura o ad altre pene o trattamenti inumani o degradanti.

[2] Articolo 80: Le politiche dell’Unione sono governate dal principio di solidarietà e di equa ripartizione della responsabilità tra gli Stati membri, anche sul piano finanziario.
 

Istat: dal nuovo Pil 59 miliardi in pi. Sommerso e illegalit valgono il 12,4% »

Il Pil del 2011 sale di 59 miliardi di euro, il 3,7% in più rispetto al valore precedente. Questo è il principale effetto della rivalutazione effettuata dall’Istat a seguito dei cambiamenti introdotti dal Sec 2010 al sistema di misurazione e alle innovazioni introdotte dall’Istituto nazionale di statistica. Per effetto della rivalutazione il Pil italiano del 2011 è ora stimato a 1.638,9 miliardi, contro i 1.579,9 miliardi della stima contenuta nel Sec 95.

Cosa ha contribuito alla rivalutazione del Pil 
Alla rivalutazione del Pil del 2011 hanno contribuito per 1,6 punti percentuali (24,6 miliardi di euro) le modifiche dovute alle innovazioni metodologiche introdotte dal Sec 2010. In particolare la quota preponderante (1,3 punti percentuali, pari a 20,6 miliardi) è attribuibile alla capitalizzazione delle spese per ricerca e sviluppo. La revisione, spiega l’Istat, deriva per ulteriori 0,8 punti percentuali dall’inclusione di alcune attività illegali come la commercializzazione della droga, la prostituzione e il contrabbando di sigarette, che contribuiscono alla rivalutazione del Pil per 15,5 miliardi (10,5 miliardi dal commercio di droga, 3,5 miliardi dalla prostituzione e 0,3 miliardi dal contrabbando di sigarette). La parte restante della rivalutazione, corrispondente a 1,3 punti percentuali deriva dalla combinazione di numerosi effetti dovuti alle innovazioni introdotte nelle fonti e nelle metodologie nazionali. In questo ambito va inclusa la nuova stima dell’economia sommersa la cui quota sul nuovo livello di Pil risulta pari all’11,5%. Aggiungendo a questa componente anche l’economia illegale si arriva a una incidenza sul Pil della cosiddetta “economia non osservata” pari al 12,4 per cento.

Il 22 settembre la serie aggiornata al 2013 
Il Pil, la misura principe dell’economia, è dunque cambiato. O meglio è stato rinnovato il metodo di calcolo. Si parte da oggi e l’anno ‘zero’, scelto come base, per riponderare tutti i conti nazionali è il 2011. La serie annuale aggiornata al 2013 sarà invece diffusa il 22 settembre, una data attesa anche dal Governo per mettere a punto il Documento di Economia e Finanza (Def), slittato al primo ottobre proprio per tenerne conto. Altra tappa cardine è il 15 ottobre, quando arriveranno anche i dati trimestrali sul 2014. Fra le altre il restyling - che vale per tutti i Paesi dell’Unione europea - sposta le spese per ricerca e innovazione dalla colonna dei costi a quella degli investimenti, lo stesso fa per gli armamenti. Secondo uno studio della Commissione Ue gli impatti sul livello del Pil variano da Paese a Paese.

Economia sommersa e illegalità valgono oltre 200 miliardi 
Ricapitoliamo nel dettaglio i numeri. La nuova stima dell’economia sommersa è pari a circa 187 miliardi, l’11,5% del Pil 2011. Sono le somme connesse a lavoro irregolare e sottodichiarazione. A questo si può aggiungere l’illegalità (droga, prostituzione e contrabbando), per un combinato, l’economia non osservata, di oltre 200 miliardi (12,4% del Pil). L’illegalità entra nel Pil, secondo le linee guida di Eurostat. L’inclusione riguarda droga, prostituzione e contrabbando di sigarette, che contribuiscono alla rivalutazione del Pil per 1,0 punti percentuali, ovvero 15,5 miliardi di euro (compreso l’indotto della produzione di beni e servizi legali).

Per effetto del ricalcolo il rapporto deficit/Pil migliora di 0,2 punti percentuali 
Il rapporto deficit/Pil del 2011 migliora di 0,2 punti percentuali al 3,5%. È questo uno dei principali effetti del ricalcolo del Pil per il 2011 comunicato oggi dall’Istat. Tra gli altri elementi del conto economico emerge che il saldo primario resta invariato all’1,2% del Pil (sempre nel 2011) mentre la pressione fiscale migliora di 0,9 punti percentuali al 41,6% del Pil.


9 settembre 2014