Metaforum

Politica, cultura, società

Pussy Riot, una preghiera punk per la libertà »

Pussy Riot - una preghiera Punk per la libertà è un film-documentario del 2013 diretto da Mike Lerner e Maxim Pozdorovkin.

Il documentario parla della vicenda politica e giudiziaria delle Pussy Riot: il collettivo riot, punk rock e femminista che ha osato sfidare l’establishment politico e istituzionale russo.
Nel marzo 2012, le attiviste russe conosciute come Pussy Riot si esibiscono in una performance satirica contro Putin all’interno della cattedrale moscovita di Cristo Salvatore. Col volto coperto da passamontagna colorati, recitano la loro preghiera punk: “Madre di Dio diventa femminista e liberaci da Putin”, suscitando una dura reazione del potere politico ed ecclesiastico russo.
Le Pussy Riot furono arrestate con l’accusa di teppismo e istigazione all’odio religioso.
Il documentario racconta un iter processuale che non rispetta nessun tipo di controcultura.

L’articolo 18 può salvare le vite di chi muore sul lavoro »

La tragedia di Adria, in cui 4 operai sono morti intossicati da sostanze chimiche, mette in luce una verità banale e scontata. L’articolo 18 tutela (anche) la sicurezza dei lavoratori. Del resto lo scrivo da anni: le morti sul lavoro sono quasi tutte da ricercarsi in luoghi dove non c’è questa protezione (e dove non è presente il sindacato). Quanto successo ad Adria mette in luce i veri aspetti della posta in gioco. Un’azienda di soli 10 dipendenti, come quella dove si è verificata la tragedia, non ha l’articolo 18 e quindi non ha un rappresentante della sicurezza.

Un’azienda di quel tipo non ha probabilmente nessun iscritto al sindacato, ed è quindi quasi impossibile fare un’assemblea per discutere dei problemi aziendali con un rappresentante dei lavoratori. Un camionista, che purtroppo è morto, è andato a versare direttamente in una vasca il contenuto della cisterna del camion contenente acido fosforico, mentre l’acido doveva andare in un silos a decantare.

Com’è stato possibile? Di chi è la responsabilità? Ma davvero i lavoratori tramano contro la loro vita e volontariamente non rispettano le procedure di sicurezza che possano tutelarli? Un camionista ha deciso da solo di saltare le procedure, o era una prassi abituale, e perché non è stato fermato? La magistratura chiarirà. Ma, mi chiedo: se ci fosse stato presente un sindacato, se ci fosse stato un rappresentante sulla sicurezza, la tragedia ci sarebbe stata ugualmente?

Io credo di no. Ed è per questo che, da cittadino “normale”, da anni mi sto battendo contro queste tragedie. I lavoratori non hanno nessuna arma di difesa se non hanno protezioni adeguate come l’articolo 18, che evita gli “omicidi sul lavoro”. I dati raccolti dall’Osservatorio Indipendente di Bologna Morti sul Lavoro lo dimostrano inequivocabilmente. Le vittime calano in questi anni tra gli iscritti all’Inail ma aumentano complessivamente. Siamo in questo momento a + 6,4% rispetto al 2008, e addirittura + 8,7% rispetto al 23 settembre del 2013 (nonostante in questi anni la crisi abbia fatto perdere tutti quei posti di lavoro).

In questi anni ho tempestato di email le forze politiche e la stampa, ma niente: salvo rare eccezioni a nessuno interessa la vita di chi lavora. Voi pensate ad un politico, di qualsiasi schieramento, e sappiate che è stato avvertito della situazione dei morti sul lavoro. Nessuno si è mai degnato di rispondere e di chiedere di vedere “le carte”. E questo vale soprattutto per chi in questo momento ci sta governando.

Il 28 febbraio 2014 ho mandato un’email a Matteo Renzi, Maurizio Martina, Giuliano Poletti avvertendoli dell’imminente strage di agricoltori che entro pochi giorni sarebbe arrivata, per via dei ben noti problemi di sicurezza dei trattori. Credo che in un paese civile i ministri avrebbero risposto, perlomeno si sarebbero informati. Invece niente, il silenzio più totale. Da quel giorno sono morti così, atrocemente, 127 agricoltori. Bastava solo fare una campagna informativa e una “leggina” per la protezione delle cabine.

Io credo che qualcuno si dovrebbe vergognare. Ma tanto hanno dalla loro parte amministratori, stampa e televisione e giornalisti che non sanno neppure cosa vuol dire avere la schiena dritta. E forse non è neppure questo il motivo dell’indifferenza verso queste tragedie. La verità è ancora più banale: della vita di chi lavora, a questa classe dirigente, non importa niente. Mi arrendo, basta sacrifici, basta stare ore ed ore al computer per raccogliere dati e denunciare. Non serve a niente. Chi lavora ormai è solo merce.

di Carlo Soricelli, direttore Osservatorio Indipendente Morti sul Lavoro 

La benedetta questione della comunicazione di Matteo Renzi : minima&moralia »

Nelle ultime settimane Matteo Renzi è stato sempre al centro del dibattito pubblico: il viaggio in America, Marchionne, i Clinton, l’inglese strampalato, l’intervista da Fazio, il bailamme sull’articolo 18, lo sberleffo dei sindacati, la direzione PD, la polemica con la minoranza, le critiche da parte del Corriere e Repubblica, etc… Anche chi non fosse interessato alle questioni del Partito Democratico o agli affari del governo quando entrano nell’occhio di bue, non può evitare di incrociare un affondo di Renzi, una sua dichiarazione, un intervento – che sia all’Onu o allo stadio, un tweet o un’interpellanza. È una forma di ubiquità che vuole significare attenzione, presenza; un dinamismo in perenne accelerazione che è il segno di una condizione di permanente attualità. Stare sempre sul pezzo, questo è il diktat.

Il Pci si astenne, la Dc lo approvò: così è nato l'articolo 18 »

di Alessandro Marzo Magno

L’articolo 18 al tempo era l’articolo 10. Ovvero: l’articolo che si intitola “Reintegrazione nel posto del lavoro” e che nell’attuale versione dello Statuto del lavoratori ha il numero 18, quando il suddetto statuto fu approvato (14 maggio 1970) portava il numero 10 (per la cronaca: l’articolo 18 regolava i contributi sindacali).

Oggi è tutto un parlare di articolo 18, sembra che dalla sua abrogazione o dalla sua sopravvivenza dipendano le sorti dell’economia italiana. Ma quando lo Statuto fu approvato non era certo questo il cuore del provvedimento. Al tempo sembrava molto più importante che le guardie giurate non entrassero nella fabbrica per controllare l’attività dei lavoratori che non la possibilità reintegrare i licenziati.

Storicizziamo: si usciva da un’epoca in cui chi faceva attività sindacale rischiava seriamente di essere licenziato. Capofila della linea non dura, ma durissima, era la Fiat di Vittorio Valletta (aveva lasciato l’azienda nel 1966 e un anno dopo era morto) dove venivano schedati gli operai e mandati a casa quelli più attivi nel difendere i propri diritti. Insomma, si cercava di tenere buoni i dipendenti col terrore del licenziamento (che oggi la Fiat di Sergio Marchionne tenti di tenere buoni i giornalisti con il terrore dei risarcimenti è un parallelismo che forse sarà scontato, ma sorge spontaneo).

Dal 1962 ci sono al governo i socialisti, partito di sinistra e quindi – in quei tempi – dei lavoratori. A volere lo Statuto è Giovanni Brodolini, socialista, ministro del Lavoro, che affida la commissione incaricata di redigere il testo a un allora quarantenne docente universitario, Gino Giugni (Brodolini è quello il cui nome storpia Daria Bignardi, in una puntata dell’Era glaciale del 2009, suscitando la risentita reprimenda dell’un tempo socialista e allora ministro Renato Brunetta). Ma Brodolini non riesce a vedere approvato dal Parlamento il frutto del suo lavoro: muore per un tumore pochi mesi prima del voto, nell’estate del 1970. Gli succede il democristiano Carlo Donat Cattin (torinese, e quindi con un’attitudine tutta particolare verso la Fiat). Insomma, quel che interessava al tempo non era salvare il posto di lavoro di licenziandi e licenziati per motivi vari, compresi il non aver voglia di fare un tubo o il rubare nei bagagli dei passeggeri (accaduto a Malpensa). Si pensava piuttosto a salvaguardare i diritti civili e politici dei lavoratori. La fabbrica degli anni Cinquanta e Sessanta, per certi aspetti, sembrava essere un luogo dove le leggi ordinarie, o almeno alcune di esse, non erano in vigore.

E infatti nell’articolo della Stampa del 16 maggio 1970, dal titolo “Le disposizioni più importanti dello Statuto dei lavoratori” si arriva a quello che diventerà l’articolo 18 soltanto nella seconda colonna: la legge «garantisce ai lavoratori il diritto di costituire, nel luogo di lavoro, associazioni sindacali e di svolgere attività sindacale. È nullo qualsiasi atto discriminatorio che limiti questo diritto e sono ugualmente vietati trattamenti economici di favore e la formazione dei cosiddetti “sindacati di comodo” finanziati dai datori di lavoro. Sarà nullo il licenziamento senza giusta causa e in tal caso il lavoratore avrà diritto, oltre che a essere reintegrato nel posto, al risarcimento del danno subito».
Lo Statuto, in precedenza votato al Senato, viene approvato dalla Camera con 217 voti a favore (la maggioranza di centro sinistra – Dc, Psi e Psdi unificati nel Psu, Pri – con l’aggiunta del Pli, al tempo all’opposizione) si astengono Pci, Psiup e Msi e si registrano dieci voti contrari, provenienti non si sa da chi.

Tira una brutta aria, in quei giorni. Il mondo è sconvolto dalle guerre: quella del Vietnam si allarga alla Cambogia, negli Usa la polizia apre il fuoco contro gli studenti pacifisti e ne ammazza due («Uccisi due studenti negri», si titola all’epoca, quando la parola non era ancora diventata tabù), e guerriglieri palestinesi penetrano in Israele dal Libano provocando al durissima reazione isrealiana. L’Italia è sconvolta dagli scioperi, sembra che non funzioni più niente, sciopera chiunque, in qualsiasi settore. Il Corriere della sera pubblica addirittura una tabella con i vari scioperi in corso e in dirittura d’arrivo, a Napoli un gruppo di volontari interra 54 bare rimaste insepolte a causa dello sciopero dei comunali, i giornali dichiarano 7 giorni di sciopero, poi ridotti a causa delle vicine elezioni amministrative. Ma succede molto altro: al cinema riscuote grande successo un film con Anne Bancroft e Dustin Hoffman dal titolo Il laureato, la nazionale di calcio allenata da Ferruccio Valcareggi parte per il Messico, in un convegno a Venezia promosso dal Pri per la salvezza della città, dove interviene anche il segretario Ugo La Malfa, tra i relatori compare tal Franco Rocchetta che qualche anno più tardi fonderà la Liga Veneta e diventerà presidente della Lega Nord prima che Umberto Bossi lo espella. Solo pochi giorni dopo, il 22 maggio, finiranno in manette per droga Walter Chiari e Lelio Luttazzi, il magistrato che li accusa afferma: «Se sono dentro ci sono buoni motivi». Saranno invece scagionati.

In quelle ore turbolente, il discorso alla Camera del ministro Donat Cattin non è certo da pompiere: è «permeato di asprezze polemiche. Gli imprenditori e le forze politiche moderate – non escluse quelle che militano nella Dc – sono state i bersagli delle ripetute tirate del ministro», scrive il Corriere della sera. L’articolo, che comincia in taglio basso in prima pagina, cita ampiamente quello che è unanimemente riconosciuto essere il politico più ruvido della Democrazia cristiana. «I rilievi mossi allo statuto risentono in gran parte di una mentalità privatistica dei rapporti sindacali ispirata da Dossetti», dice Donat Cattin, e riflettono un punto di vista «talvolta esasperato fino a visioni di tipo americanistico che vedevano il sindacato come libero agente operante nella società al di fuori di ogni regolazione giuridica». La punta avanzata della dura azione del padronato è stata rappresentata dalla Fiat, con «massicci licenziamenti di carattere politico e antisindacale». Be’, per essere un democristiano, non c’è male davvero. Ma anche il ministro del Lavoro sembra dare un peso relativo alla questione destinata a diventare il totem dell’articolo 18. Sono state introdotte varie cose, precisa, «il riconoscimento del sindacato di fabbrica e del diritto di assemblea sui luoghi di lavoro, procedure ben determinate per l’esercizio dei diritti e dei doveri dei lavoratori, divieto del licenziamento non motivato da giusta causa».

Il Corriere precisa che i comunisti ritirano gli emendamenti e quindi si va a una rapida approvazione per alzata di mano dei 41 articoli dello Statuto. Ai comunisti quella legge lì non piaceva granché. «Il Pci si è astenuto per sottolineare le serie lacune della legge e l’impegno a urgenti iniziative che rispecchino la realtà della fabbrica», scrive l’Unità del 15 maggio a pagina 2, «il testo definitivo contiene carenze gravi e lascia ancora molte armi, sullo stesso piano giuridico, al padronato». Ma poi qualcosa concede: «Non è tuttavia privo di valore che alcuni di questi diritti vengano generalizzati nella grande maggioranza delle aziende e codificati». Alla Camera interviene Giancarlo Pajetta che sottolinea i punti più negativi del provvedimento: l’esclusione dalle garanzie previste dalla legge dei lavoratori delle aziende fino a 15 dipendenti, la mancanza di norme per i licenziamenti collettivi di rappresaglia.

Chi davvero gongola sono i socialisti. «Lo statuto dei lavoratori è legge», strilla a tutta pagina la prima dell’Avanti! del 15 maggio. «Il provvedimento voluto dal compagno Giacomo Brodolini è stato definitivamente approvato», recita l’occhiello. Nell’articolo si attacca «l’atteggiamento dei comunisti, ambiguo e chiaramente elettoralistico», mentre l’articolo di fondo, dal titolo «La Costituzione entra in fabbrica», elogia «il riconoscimento esplicito di una nuova realtà che, dopo le grandi lotte d’autunno, nel vivo delle lotte per le riforme sociali, vede la classe lavoratrice all’offensiva, impegnata nella costruzione di una società più democratica». Nel 1970 la classe lavoratrice era all’offensiva, oggi quel poco che ne resta è sulla difensiva.

Ieri l’ufficio di presidenza di Montecitorio ha tagliato gli stipendi d’oro degli alti funzionari della Camera dei Deputati. Il partito di Beppe Grillo si è astenuto. Evidentemente in parlamento siedono persone che fanno della lotta agli sprechi solo uno strumento per guadagnare qualche voto durante le elezioni. Non basta urlare allo scandalo se poi non si è coerenti!  Certo, questa non è una misura che cambierà la situazione economica italiana ma è di certo un buon segnale e un buon esempio che la politica dà ai cittadini. Proprio come l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti messo in atto da questo governo.
Alessandra Moretti

Ieri l’ufficio di presidenza di Montecitorio ha tagliato gli stipendi d’oro degli alti funzionari della Camera dei Deputati. Il partito di Beppe Grillo si è astenuto. Evidentemente in parlamento siedono persone che fanno della lotta agli sprechi solo uno strumento per guadagnare qualche voto durante le elezioni. Non basta urlare allo scandalo se poi non si è coerenti!

Certo, questa non è una misura che cambierà la situazione economica italiana ma è di certo un buon segnale e un buon esempio che la politica dà ai cittadini. Proprio come l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti messo in atto da questo governo.

Alessandra Moretti

Art. 18, come funziona nell'Ue - Economia »

Il reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento valutato come illegittimo dal giudice, tema di nuovo al centro del confronto sul Jobs act, la delega sul lavoro che introduce il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, esiste nell’Unione europea oltre che in Italia solo in Austria e in Portogallo.

Ecco in estrema sintesi - secondo quanto spiega il giuslavorista Giampiero Falasca, autore del libro ‘Divieto di assumere’ - cosa succede nei principali paesi Ue in caso di licenziamento valutato come illegittimo dal giudice:

- ITALIA: la legge 604/1966 prevede che il licenziamento individuale possa avvenire solo per giusta causa o giustificato motivo. L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (l. 300/1970) prevede che il giudice che valuti il licenziamento illegittimo ”ordini” al datore di lavoro (nelle aziende con oltre 15 dipendenti) il reintegro del dipendente nel posto di lavoro. Il dipendente può scegliere in alternativa il risarcimento pari a 15 mensilità. Nelle aziende più piccole il lavoratore illegittimamente licenziato ha diritto solo a un risarcimento (da 2,5 a 14 mensilità). La riforma del lavoro del Governo Monti (2012) ha previsto per il licenziamento per giustificato motivo oggettivo giudicato illegittimo, e per gran parte dei licenziamenti disciplinari , la sostituzione del reintegro con un indennizzo tra 12 e 24 mensilità in relazione all’anzianità aziendale del lavoratore e il numero dei dipendenti.

- FRANCIA: Non esiste reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo (salvo i casi di discriminazione o molestie). Si ha diritto a un risarcimento del danno pari a 6 mesi di retribuzione piu’ una quota delle retribuzione per ogni anno di anzianita’ aziendale.

- GERMANIA: il reintegro e’ teoricamente previsto ma il giudice su richiesta delle parti puo’ non disporlo. Per le imprese con più di 10 di dipendenti sono previsti obblighi di consultazione aziendale.

- REGNO UNITO: Il licenziamento è sanzionato solo con un’indennità di natura risarcitoria, che varia in funzione delle situazioni (Il valore massimo spetta in caso di licenziamento discriminatorio).

- SPAGNA: non esiste il reintegro nel posto di lavoro mentre e’ prevista una quota di risarcimento sulla retribuzione legata agli anni di anzianita’ fino a un tetto massimo (20 giorni - 33 in casi particolari - di retribuzione per ogni anno di lavoro per un massimo di 12 anni - 24 in casi particolari).

- SVEZIA: il licenziamento illegittimo puo’ essere sospeso dal giudice. In alternativa alla sospensione c’e’ un risarcimento variabile tra 16 e 32 mesi di retribuzione (tra 24 e 48 se il lavoratore ha 60 anni o piu’).

Per chi vale l'articolo 18? - Economia »

Sono oltre sette milioni i lavoratori dipendenti nel settore privato tutelati dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (si applica nelle imprese con almeno 15 dipendenti).

Secondo una ricerca Istat sulla struttura e dimensione delle imprese italiane infatti, sono 7,09 milioni gli addetti dipendenti delle imprese con oltre 20 dipendenti. Va però considerato che nelle imprese tra i 10 e i 19 dipendenti lavorano altri 1,55 milioni di lavoratori subordinati. Nel complesso i lavoratori dipendenti nelle imprese del settore privato sono 11,65 milioni.

Ecco una scheda con i dati sugli occupati per classi di addetti (aggiornati al 2012).

10-19

1.558.000

20-49

1.518.428

50-99

951.675

100-249

1.108.285

Oltre 250

3.484.324