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Art.18, ultima chiamata. Renzi verso lo strappo finale | di Daniela Preziosi »

Democrack. Domani la direzione, le minoranze trattano il diritto al dissenso. Cuperlo: «Non si salva il paese dividendolo». I bersaniani: «Nessuno drammatizzi il voto sugli emendamenti». Il Cavaliere offre i voti sulla legge delega. E vede nel futuro dem la scissione: «Renzi come Blair, con lui potremo collaborare»

Ultimi appelli delle sini­stre Pd a Renzi per evi­tare di tra­sfor­mare la dire­zione di domani in una resa dei conti finale. «Non si salva il paese divi­den­dolo» scrive Gianni Cuperlo in una nota acco­rata. Ste­fano Fas­sina dall’Huf­fing­ton Post rivolge «dieci domande» a Renzi per sapere «quali sono i prin­ci­pali con­te­nuti della legge di sta­bi­lità in arrivo», per veri­fi­care la con­cre­tezza della riforma degli ammor­tiz­za­tori sociali, pre­con­di­zione — scrive — per la riforma del lavoro.

Ma stando agli ultimi bol­let­tini, Renzi — tor­nato dagli Usa ma ieri impe­gnato come testi­mone delle nozze dell’amico Marco Car­rai — ancora non avrebbe deciso il tasso di inten­sità da impri­mere alla zam­pata. Da New York ha spie­gato che «ascol­terà» ma poi «deci­derà». A Detroit, accanto a Mar­chionne, ha però aggiunto che non gli inte­ressa cosa pensa «que­sto o quell’esponente del mio par­tito» ma «resti­tuire un po’ di lavoro al nord e al sud». Meno di un anno fa soste­neva di non aver «mai incon­trato alcun impren­di­tore che mi ha detto che è fon­da­men­tale can­cel­lare l’art.18» e che «se si riparte dal derby ideo­lo­gico sull’art.18 sei finito, è il modo per andare in melma» (dicem­bre 2013). Ha deciso di «andare in melma»?

A una media­zione lavo­rano alcuni pon­tieri di fidu­cia del pre­mier. Strade dif­fi­cili, anche dal punto di vista tec­nico. Per il pre­si­dente del Pie­monte Ser­gio Chiam­pa­rino — il cui scam­bio via sms con Renzi è stato pub­bli­cato da Repub­blica — andrebbe riscritta «una casi­stica molto limi­tata» per il rein­te­gro obbli­ga­to­rio. Con l’onere della prova affi­data al lavo­ra­tore che si dice discri­mi­nato. «Così mi va bene», la rispo­sta di Renzi. Ma Ser­gio Lo Giu­dice, sena­tore Pd e già pre­si­dente Arci­gay, lo stoppa: «Caro Chiam­pa­rino, biso­gne­rebbe prima con­vin­cere l’Europa a riti­rare la diret­tiva 78/2000. Ber­lu­sconi ci aveva pro­vato, con il decreto legi­sla­tivo 216 del 2003, a rece­pirla ponendo l’onere della prova sulle spalle del lavo­ra­tore discri­mi­nato ma l’Ue ha avviato una pro­ce­dura di infra­zione e l’Italia nel 2008 ha dovuto fare mar­cia indietro».

Diversa la strada ten­tata da Mat­teo Orfini, pre­si­dente del Pd: anche in que­sto caso pre­vede una riscrit­tura det­ta­gliata della casi­stica dei licen­zia­menti discri­mi­na­tori per i quali pre­ve­dere il rein­te­gro. Certo è che sarà dif­fi­cile scen­dere nel det­ta­glio domani, durante la ker­messe in strea­ming della dire­zione. Al pre­mier inte­ressa solo incas­sare un sì vin­co­lante del suo par­tito. Negata ogni inten­zione scis­sio­ni­sta, la sini­stra interna, tito­lare di una tren­tina di voti su circa 150, se ne dovrà fare una ragione?

Molto dipende da cosa effet­ti­va­mente si voterà in dire­zione. Un testo o la rela­zione del segre­ta­rio? Sem­bra un det­ta­glio. Ma in que­sto secondo caso potrebbe lasciare alla mino­ranza la pos­si­bi­lità di dif­fe­ren­ziarsi nei voti in aula. Qui va segna­lato lo scon­tro diretto Orfini-Bersani. Il primo ricorda all’ex segre­ta­rio l’art.10 della Carta di intenti della (fu) coa­li­zione Ita­lia Bene Comune che vin­cola i par­la­men­tari alle deci­sioni della mag­gio­ranza. Un pas­sag­gio for­tis­si­ma­mente voluto da Ber­sani per tenere anco­rata Sel ai patti. Ma i ’rifor­mi­sti’ non ci stanno. «Sul lavoro mi sento vin­co­lato al pro­gramma con cui sono stato eletto», chia­ri­sce il sena­tore Miguel Gotor. «Spero che non si dram­ma­tizzi. Spo­setti ed io abbiamo votato con­tro la can­cel­la­zione del finan­zia­mento pub­blico ai par­titi e nes­suno ne ha fatto un caso».

Il busil­lis è capire quanti sena­tori ’dis­si­denti’ sareb­bero alla fine dispo­sti a non votare la legge. Ne bastano meno di dieci per­ché la riforma passi con il voto deter­mi­nante di Forza Ita­lia, che entre­rebbe così di fatto nella mag­gio­ranza. Non a caso ieri il Cava­liere ha offerto a Renzi il suo abbrac­cio (mor­tale) sull’art.18: «Quando noi era­vamo al governo e lo vole­vamo cam­biare la Cgil mandò milioni di per­sone in piazza per impe­dir­celo. Come pos­siamo dire di no a quelle riforme che noi vole­vamo?». Il futuro del governo per Ber­lu­sconi è già scritto, e lo riguarda: da una parte la sini­stra «ideo­lo­gica», con Renzi quella «social­de­mo­cra­tica». «Suc­ce­derà come suc­cesse in Inghil­terra con la nascita dal par­tito labu­ri­sta. E que­sta sarà una lista con cui potremo lavorare».

”E’ un impianto di governo destinato a produrre scarsissimi effetti e ho anche l’impressione che questo cominci a essere percepito almeno nella parte più qualificata dell’opinione pubblica”. Così Massimo D’Alema, esponente della minoranza Pd, nel corso della direzione nazionale del partito sul Jobs act rivolgendosi a Matteo Renzi. “Meno slogan, meno spot e un’azione di Governo più riflettuta - ha aggiunto - credo siano la via per ottenere più risultati come partito”.
”E’ un impianto di governo destinato a produrre scarsissimi effetti e ho anche l’impressione che questo cominci a essere percepito almeno nella parte più qualificata dell’opinione pubblica”. Così Massimo D’Alema, esponente della minoranza Pd, nel corso della direzione nazionale del partito sul Jobs act rivolgendosi a Matteo Renzi. “Meno slogan, meno spot e un’azione di Governo più riflettuta - ha aggiunto - credo siano la via per ottenere più risultati come partito”.
”E’ un impianto di governo destinato a produrre scarsissimi effetti e ho anche l’impressione che questo cominci a essere percepito almeno nella parte più qualificata dell’opinione pubblica”. Così Massimo D’Alema, esponente della minoranza Pd, nel corso della direzione nazionale del partito sul Jobs act rivolgendosi a Matteo Renzi. “Meno slogan, meno spot e un’azione di Governo più riflettuta - ha aggiunto - credo siano la via per ottenere più risultati come partito”.

Perché l’articolo 18 va difeso e riguarda tutti | Piergiovanni Alleva, il manifesto • 27 set 14 »

La que­stione dell’abrogazione o man­te­ni­mento dell’art.18 dello Sta­tuto dei Lavo­ra­tori è più che mai al cen­tro della scena poli­tica e ed è quindi dav­vero oppor­tuno dedi­carle tre sin­te­ti­che rifles­sioni su punti di fondo.

La prima rifles­sione riguarda le con­trad­dit­to­rie argo­men­ta­zioni che si sen­tono da parte dato­riale e gover­na­tiva: da una parte si mini­mizza il pro­blema asse­rendo che riguarda una pic­cola mino­ranza di lavo­ra­tori, visto che le sen­tenze di rein­te­gra nel posto di lavoro ai sensi dell’art.18 sono appena 3.000 all’anno, ma dall’altra si afferma che è invece que­stione cen­trale e vitale, per­ché senza abro­ga­zione dell’art.18 non si avrà ripresa né pro­dut­tiva né occupazionale.

Il vero è — rispon­diamo — che l’efficacia e la fun­zione vera dell’art. 18 è quella di pre­ve­nire i licen­zia­menti arbi­trari: pro­prio per­ché essi pos­sono essere annul­lati, i datori di lavoro devono essere pru­denti e giu­sti nei loro com­por­ta­menti. Quelle 3.000 sen­tenze evi­tano — per dirla in sin­tesi — altri 30.000 licen­zia­menti arbi­trari o più. L’art.18 è, e resta, una fon­da­men­tale norma anti­ri­catto, che ha dato dignità al lavo­ra­tore pro­prio per­ché lo libera dal ricatto del licen­zia­mento di rap­pre­sa­glia, più o meno mascherato.

Quanto poi all’affermazione che l’art.18 costi­tui­rebbe un’ingiustizia verso quella metà circa dei lavo­ra­tori che non ne frui­scono, per­ché lavo­rano in imprese con meno di 16 dipen­denti è, più ancora che con­trad­dit­to­ria, para­dos­sale: se solo la metà di una popo­la­zione ha il pane, il pro­blema è di darlo a tutti, non di toglierlo a chi ce l’ha.

La seconda rifles­sione riguarda l’andamento del mer­cato del lavoro e dell’occupazione: dice la Con­fin­du­stria non­ché Renzi ed i suoi acco­liti che una volta che aves­sero le mani libere di licen­ziare a loro arbi­trio, i datori, potendo «spa­dro­neg­giare», assu­me­reb­bero volen­tieri, e che i lavo­ra­tori subi­reb­bero magari una tem­po­ra­nea ingiu­sti­zia, ma sareb­bero poi com­pen­sati da un sistema di fle­x­se­cu­rityche tro­ve­rebbe loro altro ido­neo lavoro, garan­tendo, nel frat­tempo, il loro reddito.

Si tratta di due cla­mo­rose bugie: le imprese assu­mono se lo richiede la domanda di beni e ser­vizi e non per altri motivi, come è sto­ri­ca­mente dimo­strato, men­tre lafle­x­se­cu­rity è un imbro­glio e una falsa pro­messa in tutta Europa, ed in par­ti­co­lare in Ita­lia per­ché quando la disoc­cu­pa­zione strut­tu­rale supera il 10% repe­rire altro lavoro è dif­fi­ci­lis­simo, e le finanze pub­bli­che non pos­sono cor­ri­spon­dere inden­nizzi se non miseri, e per poco tempo: dal 2016, ad esem­pio, sarà abro­gata la inden­nità di mobi­lità trien­nale, e resterà solo la cosid­detta Aspi, di breve durata e con importi decrescenti.

La terza rifles­sione è la più impor­tante: que­sta sma­nia di abro­gare l’art.18 è solo un’antica sfida di potere da parte dato­riale o rien­tra in un ben più com­plesso pro­gramma di «rias­setto» socio-economico?

Tutto dimo­stra ormai che è quest’ultima la rispo­sta esatta per­chè la pre­ca­riz­za­zione totale dei rap­porti di lavoro, che si rag­giunge con i con­tratti a ter­mine «acau­sali» ma per il resto, (e cioè, per quella per­cen­tuale supe­riore al 20% con­sen­tita ai con­tratti a ter­mine), anche pro­prio con con­tratti a tempo inde­ter­mi­nato non sog­getti a rein­te­gra in caso di licen­zia­mento arbi­tra­rio, è la con­di­zione prima di un esa­spe­rato sfrut­ta­mento del lavoro che sta rag­giun­gendo rapi­da­mente dimen­sioni mai sospettate.

Con il lavoro «usa e getta», esple­tato comun­que sotto ricatto e senza nes­suna cer­tezza del futuro, ben si potrà giun­gere, invero, anche a una dra­stica dimi­nu­zione dei salari sino alla soglia della sopravvivenza.

Il futuro che si pro­spetta è pur­troppo quello di un lavoro non sol­tanto privo di dignità ma anche sot­to­pa­gato per­ché i lavo­ra­tori pre­cari e ricat­tati che diven­te­ranno la nor­ma­lità non potranno più pre­sen­tare riven­di­ca­zioni col­let­tive e quindi, una volta caduti di fatto i con­tratti nazio­nali, lo stan­dard retri­bu­tivo sarà quello del sala­rio minimo garan­tito, che non per nulla il governo Renzi si pro­pone di intro­durre: già si cono­sce il livello di quel sala­rio, si trat­terà di non più di 6 € l’ora al netto del pre­lievo fiscale e con­tri­bu­tivo, il che signi­fica non più di 800 — 900 euro al mese.

Il nostro è già un paese in cui il 10% della popo­la­zione pos­siede addi­rit­tura il 50% della ric­chezza, e per con­verso il 50% della popo­la­zione deve accon­ten­tarsi di divi­dere un misero 10% della ric­chezza stessa, ma que­sto non basta ancora ai fau­tori del neo­li­be­ri­smo e di tutte le altre cosid­dette «libertà eco­no­mi­che», tra cui quella di licen­ziare arbi­tra­ria­mente. Non è sol­tanto un’antica aspi­ra­zione di potere delle classi domi­nanti, ma è anche la con­di­zione di un ancor più accen­tuato sfrut­ta­mento e impo­ve­ri­mento delle grandi masse.

Pos­siamo solo pre­pa­rarci ancora una volta a una grande bat­ta­glia a difesa della dignità del lavoro.

Tutti noi abbiamo appreso la storia delle origini dell’umanità sui banchi di scuola. Uomini pelosi ricoperti di pellicce di animali e armati di clave o di lance rudimentali, dediti alla caccia. Donne accovacciate accanto al fuoco, intente a cucinare. prima nomadi, poi poco per volta stanziali, fino alla formazione di piccoli villaggi fatti di capanne, ecc. ecc. L’uomo delle caverne, appunto. Peccato che probabilmente sia tutto da rifare, o meglio da (ri)raccontare.

Per secoli infatti gli studi archeologici e preistorici sono stati monopolio esclusivo di esperti di sesso maschile, che si sono sempre trovati concordi, salvo rare eccezioni, con la medesima lettura dei reperti e la conseguente ricostruzione della realtà preistorica, relegando incongruenze e contraddizioni sotto l’ombrello degli “insondabili misteri del passato”.

Tutto questo fino a circa 50 anni fa, quando cioè questi illustri signori hanno cominciato ad essere affiancati dalle prime donne archeologhe, nonché antropologhe, storiche, linguiste, esperte di religioni, filosofe, ecc. Ed è così cominciata ad emergere una realtà completamente diversa.

Per esempio la presenza, anzi l’abbondanza di statuette femminili, una diversa dall’altra ma con alcune caratteristiche simili e costanti, risalenti a un periodo che va dal paleolitico medio (musteriano, 120.000/40.000 anni fa) agli ultimi millenni prima di Cristo, in tutta l’area del mediterraneo: dalla Siberia all’Asia, fino alla Cina e al Giappone e nel continente sud-americano. Praticamente in tutte le terre emerse. L’abbondanza di questi ritrovamenti così antichi è tale da far ipotizzare che all’epoca ci fossero più statuette che esseri umani. Tuttavia, non esiste l’equivalente rappresentazione maschile dell’umanità fino all’apogeo della cultura ellenica.

Come mai, dunque, venivano rappresentate solo le donne, e con tale impressionante dedizione? E che ruolo avevano quindi gli uomini in queste antichissime società ? Negli ultimi 30 anni sono state realizzate moltissime ricerche su questo argomento, da studiose ed esperte delle accademie di mezzo mondo. Tuttavia i risultati ottenuti hanno dovuto scontrarsi con la ferrea omertà della cultura patriarcale imperante, ben decisa a non cedere neanche di un millimetro il suo potere.

IL PATRIARCATO COME FORMA MOLTO RECENTE DI ORGANIZZAZIONE

Ma perché il patriarcato si dovrebbe sentire minacciato da simili scoperte archeologiche? Semplice: perché queste hanno dimostrato che la cultura patriarcale è relativamente recente, comincia ad emergere cioè solo intorno al 5000 a. c., e impiega poi ben tre millenni per stabilizzarsi definitivamente. In altre parole, se l’età dell’umanità fosse rappresentata dal quadrante di un orologio, il patriarcato non occuperebbe che gli ultimi cinque minuti.  Ma quello che spaventa di più, probabilmente, la mentalità’ fallocratica è che gli ultimi millenni di potere sono stati preceduti da decine di migliaia di anni di civiltà basate sulla centralità femminile.

Attenzione: non è utilizzata volutamente la parola “matriarcato” perché sarebbe fuorviante, in quanto contrapposizione di idee e principi legati al modello patriarcale. Di conseguenza, si preferisce usare l’aggettivo “matrifocale”, o “matrilineare” per definire il lunghissimo periodo in cui l’umanità è stata governata da principi femminili.

COME FUNZIONAVANO LE SOCIETA’ “MATRIFOCALI?”

Non possiamo qui riassumere in poche righe tutti i valori e le caratteristiche di queste civiltà, ma vorremmo almeno riassumerne i tratti singolari:

Nelle civiltà preistoriche femminili, anche dette civiltà antiche, non esistevano la famiglia, la proprietà privata, la gerarchia, la guerra. La divinità era femminile, identificata con la Madre Terra e la maternità in generale. Non c’era separazione tra il sacro e il profano, anzi meglio sarebbe dire che il concetto di profano era sconosciuto: tutto ciò che accadeva sulla terra era sacro, e per tanto onorato come tale.

La società era organizzata in piccoli clan che avevano come referente per tutte le questioni pubbliche e private la donna più anziana. Tutte le decisioni venivano prese collettivamente da gruppi di donne che allevavano anche i figli.

Le donne erano: sacerdotesse, guaritrici, raccoglitrici di erbe per l’alimentazione e per la cura, cuoche (ovvero chimiche che studiavano la combinazione degli alimenti), inventrici (l’ago è una delle più antiche invenzioni dell’umanità), artigiane (ovvero artiste: le anfore e i primi utensili sono tutti a forma di donna, o ispirati alle forme femminili, all’idea materna di ‘contenere, proteggere, conservare’) custodi della memoria e delle tradizioni.

LE INVENTRICI DELLA PREISTORIA

Alle donne della preistoria si devono alcune tra le più importanti invenzioni dell’umanità, tutt’oggi fondamentali per la sopravvivenza del nostra specie: l’agricoltura (furono le raccoglitrici le prime esperte di vegetazione, che capirono il rapporto tra seme e germoglio, che scoprirono come, dove e quando seminare per poter raccogliere: la marra, primo aratro della nostra civiltà, fu invenzione e strumento femminile per antonomasia); la conservazione degli alimenti (cottura, essicazione, ecc. e tutti i procedimenti per creare delle riserve di cibo); l’allevamento del bestiame (furono sempre le donne ad addomesticare i primi animali selvatici, attaccandosi i cuccioli al seno, si fecero amici i lupi, i tori, gli agnelli, ecc.); l’abbigliamento (cucendo insieme pelli di animali); il fuoco (se non abbiamo la certezza che sia stata una donna a scoprire come conservarlo, ci sono molte probabilità chi sia stata una donna a scoprire come utilizzarlo per cucinare, e di conseguenza per fondere, per rendere resistente l’argilla, ecc. Del resto, erano vestali le custodi del ‘fuoco sacro’…).

Tutto questo non è frutto della fantasia di qualche femminista invasata, bensì un brevissimo riassunto dei risultati di centinaia di ricerche serissime, scientificamente documentate e accademicamente riconosciute. (per una prima ricerca bibliografica consiglio www.universitadelledonne.it alla voce mito/religioni).

IL RUOLO DEGLI UOMINI

E gli uomini cosa facevano nel frattempo? Di sicuro cacciavano, ma anche qui, non da soli. La caccia, non potendo contare su armi elaborate, non era un’attività solitaria nella preistoria e dunque doveva per forza essere un evento collettivo, al quale con ogni probabilità partecipavano anche le donne. A riprova della presenza femminile anche nelle foreste infestate dalle fiere, le tante dee della caccia sopravvissute nelle culture patriarcali. Poi probabilmente gli uomini avevano anche altre mansioni, ma sempre in qualche modo subordinate al femminile.

Questi sistemi di civiltà matrifocali hanno cominciato a entrare in crisi intorno al 5000 a.c., secondo un’evoluzione non-lineare e un andamento a macchia di leopardo, per essere poi definitivamente soppiantati dal modello patriarcale intorno al 2000 a.c. Ci sono voluti ben 3000 anni affinché il processo di transazione si completasse, non senza rigurgiti e resistenze in alcuni casi strenue e accanite. Che cosa è successo durante quei 3000 anni, in pratica che cosa ha causato questo ribaltamento del potere, sarebbe un interessante campo di studi che certamente sarà investigato nei prossimi decenni.

IL DECLINO DELLE SOCIETA’ A MATRICE FEMMINILE

In questo caso, ci limiteremo a suggerire alcune ipotesi. Innanzitutto: se le cose stanno così, se il patriarcato cioè è stato preceduto da decine di migliaia di anni di cultura femminile, e se il potere sacro e inviolabile della Grande Madre è stato strappato con rabbia e violenza da una minoranza sottomessa e frustrata dopo alcuni millenni di lotte, questo spiegherebbe l’accanimento con cui il nuovo potere abbia sistematicamente represso e discriminato il genere femminile nei secoli successivi e fino ai nostri giorni, di come abbia ostinatamente cercato di precludergli qualunque accesso alla cultura, al sapere, al lavoro, all’arte, alla libertà di movimento e di pensiero, come abbia fatto in modo di gestirne la sessualità, appropriarsi della sua capacità riproduttiva, e sottometterlo in tutti i modi possibili e immaginabili. Francamente una determinazione altrimenti difficile da comprendere, se non con la folle e inconscia paura di riperdere ciò che era stato così faticosamente conquistato, e con la segreta e terrorizzata consapevolezza di quello che il femminile avrebbe potuto fare se fosse stato lasciato libero di muoversi e di esprimersi.

Secondariamente, sembrano anche più comprensibili le diffuse difficoltà relazionali che tutt’oggi esistono tra uomini e donne: forse sono il retaggio di quei 3000 anni di lotte feroci per il potere?

Concludiamo con una riflessione: l’avvento del patriarcato, seguito dalle tre grandi religioni monoteistiche, tra le tante conseguenze che ha avuto, ha depredato l’umanità di un aspetto fondamentale per l’equilibrio globale: la sacralià’ del principio femminile, il rispetto per quella Madre Terra da cui la nostra sopravvivenza dipende, e il riconoscimento della sua generosità. Alcuni millenni di patriarcato, sventolando la bandiera della mascolinizzazione di dio, hanno portato nel mondo guerre e distruzioni di ogni sorta, il bieco sfruttamento delle risorse, la disumanizzazione dei suoi abitanti, la perdita dei principi e della speranza. Una fine ingloriosa sembra aspettarci dietro l’angolo. Forse sarebbe il caso di riaprire le porte e i cuori alla Grande Madre, violata dagli uomini e dimenticata dalle coscienze…

Di seguito il breve video che raffigura, con una raccolta d’immagini, alcuni degli affascinanti reperti che una volta ritrovati hanno aperto la strada a nuove ricerca archeologiche e storiografice. Il titolo “Mia madre ha partorito mio padre”, è ripreso dall’aforisma di Mansur Al-Hallaj, martire sufi morto nel 922 d.C.

Scritto da Marta Franceschini