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Il Pci si astenne, la Dc lo approvò: così è nato l'articolo 18 »

di Alessandro Marzo Magno

L’articolo 18 al tempo era l’articolo 10. Ovvero: l’articolo che si intitola “Reintegrazione nel posto del lavoro” e che nell’attuale versione dello Statuto del lavoratori ha il numero 18, quando il suddetto statuto fu approvato (14 maggio 1970) portava il numero 10 (per la cronaca: l’articolo 18 regolava i contributi sindacali).

Oggi è tutto un parlare di articolo 18, sembra che dalla sua abrogazione o dalla sua sopravvivenza dipendano le sorti dell’economia italiana. Ma quando lo Statuto fu approvato non era certo questo il cuore del provvedimento. Al tempo sembrava molto più importante che le guardie giurate non entrassero nella fabbrica per controllare l’attività dei lavoratori che non la possibilità reintegrare i licenziati.

Storicizziamo: si usciva da un’epoca in cui chi faceva attività sindacale rischiava seriamente di essere licenziato. Capofila della linea non dura, ma durissima, era la Fiat di Vittorio Valletta (aveva lasciato l’azienda nel 1966 e un anno dopo era morto) dove venivano schedati gli operai e mandati a casa quelli più attivi nel difendere i propri diritti. Insomma, si cercava di tenere buoni i dipendenti col terrore del licenziamento (che oggi la Fiat di Sergio Marchionne tenti di tenere buoni i giornalisti con il terrore dei risarcimenti è un parallelismo che forse sarà scontato, ma sorge spontaneo).

Dal 1962 ci sono al governo i socialisti, partito di sinistra e quindi – in quei tempi – dei lavoratori. A volere lo Statuto è Giovanni Brodolini, socialista, ministro del Lavoro, che affida la commissione incaricata di redigere il testo a un allora quarantenne docente universitario, Gino Giugni (Brodolini è quello il cui nome storpia Daria Bignardi, in una puntata dell’Era glaciale del 2009, suscitando la risentita reprimenda dell’un tempo socialista e allora ministro Renato Brunetta). Ma Brodolini non riesce a vedere approvato dal Parlamento il frutto del suo lavoro: muore per un tumore pochi mesi prima del voto, nell’estate del 1970. Gli succede il democristiano Carlo Donat Cattin (torinese, e quindi con un’attitudine tutta particolare verso la Fiat). Insomma, quel che interessava al tempo non era salvare il posto di lavoro di licenziandi e licenziati per motivi vari, compresi il non aver voglia di fare un tubo o il rubare nei bagagli dei passeggeri (accaduto a Malpensa). Si pensava piuttosto a salvaguardare i diritti civili e politici dei lavoratori. La fabbrica degli anni Cinquanta e Sessanta, per certi aspetti, sembrava essere un luogo dove le leggi ordinarie, o almeno alcune di esse, non erano in vigore.

E infatti nell’articolo della Stampa del 16 maggio 1970, dal titolo “Le disposizioni più importanti dello Statuto dei lavoratori” si arriva a quello che diventerà l’articolo 18 soltanto nella seconda colonna: la legge «garantisce ai lavoratori il diritto di costituire, nel luogo di lavoro, associazioni sindacali e di svolgere attività sindacale. È nullo qualsiasi atto discriminatorio che limiti questo diritto e sono ugualmente vietati trattamenti economici di favore e la formazione dei cosiddetti “sindacati di comodo” finanziati dai datori di lavoro. Sarà nullo il licenziamento senza giusta causa e in tal caso il lavoratore avrà diritto, oltre che a essere reintegrato nel posto, al risarcimento del danno subito».
Lo Statuto, in precedenza votato al Senato, viene approvato dalla Camera con 217 voti a favore (la maggioranza di centro sinistra – Dc, Psi e Psdi unificati nel Psu, Pri – con l’aggiunta del Pli, al tempo all’opposizione) si astengono Pci, Psiup e Msi e si registrano dieci voti contrari, provenienti non si sa da chi.

Tira una brutta aria, in quei giorni. Il mondo è sconvolto dalle guerre: quella del Vietnam si allarga alla Cambogia, negli Usa la polizia apre il fuoco contro gli studenti pacifisti e ne ammazza due («Uccisi due studenti negri», si titola all’epoca, quando la parola non era ancora diventata tabù), e guerriglieri palestinesi penetrano in Israele dal Libano provocando al durissima reazione isrealiana. L’Italia è sconvolta dagli scioperi, sembra che non funzioni più niente, sciopera chiunque, in qualsiasi settore. Il Corriere della sera pubblica addirittura una tabella con i vari scioperi in corso e in dirittura d’arrivo, a Napoli un gruppo di volontari interra 54 bare rimaste insepolte a causa dello sciopero dei comunali, i giornali dichiarano 7 giorni di sciopero, poi ridotti a causa delle vicine elezioni amministrative. Ma succede molto altro: al cinema riscuote grande successo un film con Anne Bancroft e Dustin Hoffman dal titolo Il laureato, la nazionale di calcio allenata da Ferruccio Valcareggi parte per il Messico, in un convegno a Venezia promosso dal Pri per la salvezza della città, dove interviene anche il segretario Ugo La Malfa, tra i relatori compare tal Franco Rocchetta che qualche anno più tardi fonderà la Liga Veneta e diventerà presidente della Lega Nord prima che Umberto Bossi lo espella. Solo pochi giorni dopo, il 22 maggio, finiranno in manette per droga Walter Chiari e Lelio Luttazzi, il magistrato che li accusa afferma: «Se sono dentro ci sono buoni motivi». Saranno invece scagionati.

In quelle ore turbolente, il discorso alla Camera del ministro Donat Cattin non è certo da pompiere: è «permeato di asprezze polemiche. Gli imprenditori e le forze politiche moderate – non escluse quelle che militano nella Dc – sono state i bersagli delle ripetute tirate del ministro», scrive il Corriere della sera. L’articolo, che comincia in taglio basso in prima pagina, cita ampiamente quello che è unanimemente riconosciuto essere il politico più ruvido della Democrazia cristiana. «I rilievi mossi allo statuto risentono in gran parte di una mentalità privatistica dei rapporti sindacali ispirata da Dossetti», dice Donat Cattin, e riflettono un punto di vista «talvolta esasperato fino a visioni di tipo americanistico che vedevano il sindacato come libero agente operante nella società al di fuori di ogni regolazione giuridica». La punta avanzata della dura azione del padronato è stata rappresentata dalla Fiat, con «massicci licenziamenti di carattere politico e antisindacale». Be’, per essere un democristiano, non c’è male davvero. Ma anche il ministro del Lavoro sembra dare un peso relativo alla questione destinata a diventare il totem dell’articolo 18. Sono state introdotte varie cose, precisa, «il riconoscimento del sindacato di fabbrica e del diritto di assemblea sui luoghi di lavoro, procedure ben determinate per l’esercizio dei diritti e dei doveri dei lavoratori, divieto del licenziamento non motivato da giusta causa».

Il Corriere precisa che i comunisti ritirano gli emendamenti e quindi si va a una rapida approvazione per alzata di mano dei 41 articoli dello Statuto. Ai comunisti quella legge lì non piaceva granché. «Il Pci si è astenuto per sottolineare le serie lacune della legge e l’impegno a urgenti iniziative che rispecchino la realtà della fabbrica», scrive l’Unità del 15 maggio a pagina 2, «il testo definitivo contiene carenze gravi e lascia ancora molte armi, sullo stesso piano giuridico, al padronato». Ma poi qualcosa concede: «Non è tuttavia privo di valore che alcuni di questi diritti vengano generalizzati nella grande maggioranza delle aziende e codificati». Alla Camera interviene Giancarlo Pajetta che sottolinea i punti più negativi del provvedimento: l’esclusione dalle garanzie previste dalla legge dei lavoratori delle aziende fino a 15 dipendenti, la mancanza di norme per i licenziamenti collettivi di rappresaglia.

Chi davvero gongola sono i socialisti. «Lo statuto dei lavoratori è legge», strilla a tutta pagina la prima dell’Avanti! del 15 maggio. «Il provvedimento voluto dal compagno Giacomo Brodolini è stato definitivamente approvato», recita l’occhiello. Nell’articolo si attacca «l’atteggiamento dei comunisti, ambiguo e chiaramente elettoralistico», mentre l’articolo di fondo, dal titolo «La Costituzione entra in fabbrica», elogia «il riconoscimento esplicito di una nuova realtà che, dopo le grandi lotte d’autunno, nel vivo delle lotte per le riforme sociali, vede la classe lavoratrice all’offensiva, impegnata nella costruzione di una società più democratica». Nel 1970 la classe lavoratrice era all’offensiva, oggi quel poco che ne resta è sulla difensiva.

Ieri l’ufficio di presidenza di Montecitorio ha tagliato gli stipendi d’oro degli alti funzionari della Camera dei Deputati. Il partito di Beppe Grillo si è astenuto. Evidentemente in parlamento siedono persone che fanno della lotta agli sprechi solo uno strumento per guadagnare qualche voto durante le elezioni. Non basta urlare allo scandalo se poi non si è coerenti!  Certo, questa non è una misura che cambierà la situazione economica italiana ma è di certo un buon segnale e un buon esempio che la politica dà ai cittadini. Proprio come l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti messo in atto da questo governo.
Alessandra Moretti

Ieri l’ufficio di presidenza di Montecitorio ha tagliato gli stipendi d’oro degli alti funzionari della Camera dei Deputati. Il partito di Beppe Grillo si è astenuto. Evidentemente in parlamento siedono persone che fanno della lotta agli sprechi solo uno strumento per guadagnare qualche voto durante le elezioni. Non basta urlare allo scandalo se poi non si è coerenti!

Certo, questa non è una misura che cambierà la situazione economica italiana ma è di certo un buon segnale e un buon esempio che la politica dà ai cittadini. Proprio come l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti messo in atto da questo governo.

Alessandra Moretti

Art. 18, come funziona nell'Ue - Economia »

Il reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento valutato come illegittimo dal giudice, tema di nuovo al centro del confronto sul Jobs act, la delega sul lavoro che introduce il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, esiste nell’Unione europea oltre che in Italia solo in Austria e in Portogallo.

Ecco in estrema sintesi - secondo quanto spiega il giuslavorista Giampiero Falasca, autore del libro ‘Divieto di assumere’ - cosa succede nei principali paesi Ue in caso di licenziamento valutato come illegittimo dal giudice:

- ITALIA: la legge 604/1966 prevede che il licenziamento individuale possa avvenire solo per giusta causa o giustificato motivo. L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (l. 300/1970) prevede che il giudice che valuti il licenziamento illegittimo ”ordini” al datore di lavoro (nelle aziende con oltre 15 dipendenti) il reintegro del dipendente nel posto di lavoro. Il dipendente può scegliere in alternativa il risarcimento pari a 15 mensilità. Nelle aziende più piccole il lavoratore illegittimamente licenziato ha diritto solo a un risarcimento (da 2,5 a 14 mensilità). La riforma del lavoro del Governo Monti (2012) ha previsto per il licenziamento per giustificato motivo oggettivo giudicato illegittimo, e per gran parte dei licenziamenti disciplinari , la sostituzione del reintegro con un indennizzo tra 12 e 24 mensilità in relazione all’anzianità aziendale del lavoratore e il numero dei dipendenti.

- FRANCIA: Non esiste reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo (salvo i casi di discriminazione o molestie). Si ha diritto a un risarcimento del danno pari a 6 mesi di retribuzione piu’ una quota delle retribuzione per ogni anno di anzianita’ aziendale.

- GERMANIA: il reintegro e’ teoricamente previsto ma il giudice su richiesta delle parti puo’ non disporlo. Per le imprese con più di 10 di dipendenti sono previsti obblighi di consultazione aziendale.

- REGNO UNITO: Il licenziamento è sanzionato solo con un’indennità di natura risarcitoria, che varia in funzione delle situazioni (Il valore massimo spetta in caso di licenziamento discriminatorio).

- SPAGNA: non esiste il reintegro nel posto di lavoro mentre e’ prevista una quota di risarcimento sulla retribuzione legata agli anni di anzianita’ fino a un tetto massimo (20 giorni - 33 in casi particolari - di retribuzione per ogni anno di lavoro per un massimo di 12 anni - 24 in casi particolari).

- SVEZIA: il licenziamento illegittimo puo’ essere sospeso dal giudice. In alternativa alla sospensione c’e’ un risarcimento variabile tra 16 e 32 mesi di retribuzione (tra 24 e 48 se il lavoratore ha 60 anni o piu’).

Per chi vale l'articolo 18? - Economia »

Sono oltre sette milioni i lavoratori dipendenti nel settore privato tutelati dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (si applica nelle imprese con almeno 15 dipendenti).

Secondo una ricerca Istat sulla struttura e dimensione delle imprese italiane infatti, sono 7,09 milioni gli addetti dipendenti delle imprese con oltre 20 dipendenti. Va però considerato che nelle imprese tra i 10 e i 19 dipendenti lavorano altri 1,55 milioni di lavoratori subordinati. Nel complesso i lavoratori dipendenti nelle imprese del settore privato sono 11,65 milioni.

Ecco una scheda con i dati sugli occupati per classi di addetti (aggiornati al 2012).

10-19

1.558.000

20-49

1.518.428

50-99

951.675

100-249

1.108.285

Oltre 250

3.484.324

Art.18, ultima chiamata. Renzi verso lo strappo finale | di Daniela Preziosi »

Democrack. Domani la direzione, le minoranze trattano il diritto al dissenso. Cuperlo: «Non si salva il paese dividendolo». I bersaniani: «Nessuno drammatizzi il voto sugli emendamenti». Il Cavaliere offre i voti sulla legge delega. E vede nel futuro dem la scissione: «Renzi come Blair, con lui potremo collaborare»

Ultimi appelli delle sini­stre Pd a Renzi per evi­tare di tra­sfor­mare la dire­zione di domani in una resa dei conti finale. «Non si salva il paese divi­den­dolo» scrive Gianni Cuperlo in una nota acco­rata. Ste­fano Fas­sina dall’Huf­fing­ton Post rivolge «dieci domande» a Renzi per sapere «quali sono i prin­ci­pali con­te­nuti della legge di sta­bi­lità in arrivo», per veri­fi­care la con­cre­tezza della riforma degli ammor­tiz­za­tori sociali, pre­con­di­zione — scrive — per la riforma del lavoro.

Ma stando agli ultimi bol­let­tini, Renzi — tor­nato dagli Usa ma ieri impe­gnato come testi­mone delle nozze dell’amico Marco Car­rai — ancora non avrebbe deciso il tasso di inten­sità da impri­mere alla zam­pata. Da New York ha spie­gato che «ascol­terà» ma poi «deci­derà». A Detroit, accanto a Mar­chionne, ha però aggiunto che non gli inte­ressa cosa pensa «que­sto o quell’esponente del mio par­tito» ma «resti­tuire un po’ di lavoro al nord e al sud». Meno di un anno fa soste­neva di non aver «mai incon­trato alcun impren­di­tore che mi ha detto che è fon­da­men­tale can­cel­lare l’art.18» e che «se si riparte dal derby ideo­lo­gico sull’art.18 sei finito, è il modo per andare in melma» (dicem­bre 2013). Ha deciso di «andare in melma»?

A una media­zione lavo­rano alcuni pon­tieri di fidu­cia del pre­mier. Strade dif­fi­cili, anche dal punto di vista tec­nico. Per il pre­si­dente del Pie­monte Ser­gio Chiam­pa­rino — il cui scam­bio via sms con Renzi è stato pub­bli­cato da Repub­blica — andrebbe riscritta «una casi­stica molto limi­tata» per il rein­te­gro obbli­ga­to­rio. Con l’onere della prova affi­data al lavo­ra­tore che si dice discri­mi­nato. «Così mi va bene», la rispo­sta di Renzi. Ma Ser­gio Lo Giu­dice, sena­tore Pd e già pre­si­dente Arci­gay, lo stoppa: «Caro Chiam­pa­rino, biso­gne­rebbe prima con­vin­cere l’Europa a riti­rare la diret­tiva 78/2000. Ber­lu­sconi ci aveva pro­vato, con il decreto legi­sla­tivo 216 del 2003, a rece­pirla ponendo l’onere della prova sulle spalle del lavo­ra­tore discri­mi­nato ma l’Ue ha avviato una pro­ce­dura di infra­zione e l’Italia nel 2008 ha dovuto fare mar­cia indietro».

Diversa la strada ten­tata da Mat­teo Orfini, pre­si­dente del Pd: anche in que­sto caso pre­vede una riscrit­tura det­ta­gliata della casi­stica dei licen­zia­menti discri­mi­na­tori per i quali pre­ve­dere il rein­te­gro. Certo è che sarà dif­fi­cile scen­dere nel det­ta­glio domani, durante la ker­messe in strea­ming della dire­zione. Al pre­mier inte­ressa solo incas­sare un sì vin­co­lante del suo par­tito. Negata ogni inten­zione scis­sio­ni­sta, la sini­stra interna, tito­lare di una tren­tina di voti su circa 150, se ne dovrà fare una ragione?

Molto dipende da cosa effet­ti­va­mente si voterà in dire­zione. Un testo o la rela­zione del segre­ta­rio? Sem­bra un det­ta­glio. Ma in que­sto secondo caso potrebbe lasciare alla mino­ranza la pos­si­bi­lità di dif­fe­ren­ziarsi nei voti in aula. Qui va segna­lato lo scon­tro diretto Orfini-Bersani. Il primo ricorda all’ex segre­ta­rio l’art.10 della Carta di intenti della (fu) coa­li­zione Ita­lia Bene Comune che vin­cola i par­la­men­tari alle deci­sioni della mag­gio­ranza. Un pas­sag­gio for­tis­si­ma­mente voluto da Ber­sani per tenere anco­rata Sel ai patti. Ma i ’rifor­mi­sti’ non ci stanno. «Sul lavoro mi sento vin­co­lato al pro­gramma con cui sono stato eletto», chia­ri­sce il sena­tore Miguel Gotor. «Spero che non si dram­ma­tizzi. Spo­setti ed io abbiamo votato con­tro la can­cel­la­zione del finan­zia­mento pub­blico ai par­titi e nes­suno ne ha fatto un caso».

Il busil­lis è capire quanti sena­tori ’dis­si­denti’ sareb­bero alla fine dispo­sti a non votare la legge. Ne bastano meno di dieci per­ché la riforma passi con il voto deter­mi­nante di Forza Ita­lia, che entre­rebbe così di fatto nella mag­gio­ranza. Non a caso ieri il Cava­liere ha offerto a Renzi il suo abbrac­cio (mor­tale) sull’art.18: «Quando noi era­vamo al governo e lo vole­vamo cam­biare la Cgil mandò milioni di per­sone in piazza per impe­dir­celo. Come pos­siamo dire di no a quelle riforme che noi vole­vamo?». Il futuro del governo per Ber­lu­sconi è già scritto, e lo riguarda: da una parte la sini­stra «ideo­lo­gica», con Renzi quella «social­de­mo­cra­tica». «Suc­ce­derà come suc­cesse in Inghil­terra con la nascita dal par­tito labu­ri­sta. E que­sta sarà una lista con cui potremo lavorare».

”E’ un impianto di governo destinato a produrre scarsissimi effetti e ho anche l’impressione che questo cominci a essere percepito almeno nella parte più qualificata dell’opinione pubblica”. Così Massimo D’Alema, esponente della minoranza Pd, nel corso della direzione nazionale del partito sul Jobs act rivolgendosi a Matteo Renzi. “Meno slogan, meno spot e un’azione di Governo più riflettuta - ha aggiunto - credo siano la via per ottenere più risultati come partito”.
”E’ un impianto di governo destinato a produrre scarsissimi effetti e ho anche l’impressione che questo cominci a essere percepito almeno nella parte più qualificata dell’opinione pubblica”. Così Massimo D’Alema, esponente della minoranza Pd, nel corso della direzione nazionale del partito sul Jobs act rivolgendosi a Matteo Renzi. “Meno slogan, meno spot e un’azione di Governo più riflettuta - ha aggiunto - credo siano la via per ottenere più risultati come partito”.
”E’ un impianto di governo destinato a produrre scarsissimi effetti e ho anche l’impressione che questo cominci a essere percepito almeno nella parte più qualificata dell’opinione pubblica”. Così Massimo D’Alema, esponente della minoranza Pd, nel corso della direzione nazionale del partito sul Jobs act rivolgendosi a Matteo Renzi. “Meno slogan, meno spot e un’azione di Governo più riflettuta - ha aggiunto - credo siano la via per ottenere più risultati come partito”.