La lettera di Gandhi a Tolstoj: “La resistenza passiva deve e può funzionare. La forza non può che essere sconfitta”

Prima di diventare la guida spirituale e storica dell’India e una figura politica mondiale, il Mahatma Gandhi (2 ottobre 1869 - 30 gennaio 1948) lavorava in Sud Africa come avvocato per difendere i diritti dei lavoratori immigrati indiani maltrattati. Davanti alle leggi discriminatorie imposte dal governo del Transvaal, organizzò la prima manifestazione di protesta pacifista e cercò una risposta politica ampia all’imprigionamento di migliaia di indiani e di cinesi che si rifiutavano di piegarsi sotto il giogo britannico. A 40 anni, segnato dalla filosofia della non violenza e dagli scritti pacifisti di Lev Tolstoj, Gandhi decise di scrivere al grande scrittore russo, a quel tempo al crepuscolo della propria vita.

Ecco la prima lettera di una corrispondenza storica e poco nota che portò gli ideali pacifisti di Tolstoj dalla Siberia alla liberazione dell’India dalla dominazione britannica.

1 ottobre 1909

Signore,

Permettetemi di richiamare la vostra attenzione sui fatti che si sono svolti nel Transvaal, in Sud Africa, negli ultimi tre anni.

In quel paese vive una colonia di indiani inglesi che forma una popolazione di circa tredicimila abitanti. Le leggi locali privano di alcuni diritti gli Indù che da anni lavorano in quella regione: pregiudizi tenaci contro gli uomini di colore così come contro gli Asiatici, questi ultimi dovuti al gioco della concorrenza commerciale. 

Sono sorti dei conflitti che hanno raggiunto il punto culminante quando venne votata una legge, tre anni fa, che tocca in maniera specifica i lavoratori venuti dall’Asia. Credo, e siamo in molti a pensarlo, che questa legge sia avvilente e studiata per colpire la dignità degli esseri umani a cui si rivolge. Secondo me, la sottomissione a una legge simile non poteva accordarsi con lo spirito della vera religione. Alcuni dei miei amici così come io stesso credono ancora incrollabilmente alla dottrina della non resistenza al male.

Ho avuto il privilegio di studiare i vostri scritti: hanno profondamente impressionato il mio spirito. Gli Indiani britannici a cui abbiamo spiegato la situazione hanno seguito il nostro consiglio di non sottomettersi a quella legge. Hanno sopportato l’imprigionamento e altre pene per averla infranta. Risultato: quasi la metà della popolazione indiana, incapace di resistere a questa lotta febbrile e di sopportare i rigori dell’incarcerazione, ha preferito lasciare il Sud Africa piuttosto di piegarsi sotto una legge tanto degradante. Una parte dell’altra metà, 2500 persone circa, si è lasciata incarcerare in nome della loro coscienza, qualcuno fino a cinque volte. Le pene variano da cinque giorni a sei mesi, con lavori forzati previsti nella maggior parte dei casi. Moltissimi Indù sono stati rovinati economicamente.

Oggi ci sono più di cento resistenti passivi nelle prigioni del Sud Africa. E tra loro ce ne sono alcuni molto poveri che devono guadagnarsi la vita giorno dopo giorno. Le loro mogli e i loro bambini devono essere aiutati dai soccorsi pubblici forniti, anch’essi, dai resistenti passivi.

Questi eventi hanno messo gli Indiani britannici davanti a una dura prova, nella quale secondo me sono stati all’altezza delle circostanze. La battaglia continua e non ne intravediamo la fine. Tuttavia, alcuni la sentono con più forza: la resistenza passiva deve e può funzionare mentre la forza non può che essere sconfitta. La durata di questa lotta, lo sappiamo, è dovuta alla nostra debolezza. Da cui la certezza, nel pensiero del governo, che non potremo resistere all’infinito a questa prova.

Sono venuto a Londra in compagnia di un amico al fine di entrare in contatto con le autorità imperiali. Vogliamo spiegare loro la situazione e cercare con esse il modo di rimediare allo stato attuale delle cose. […] Credo che se si organizzasse un concorso per un saggio sull’etica e sull’efficacia della resistenza passiva, questo saggio permetterebbe di fare conoscere meglio il movimento e obbligherebbe il popolo a riflettere sul problema. […]

Un’ultima cosa per la quale mi prendo la libertà di abusare del vostro tempo. Mi è stata mostrata una copia della lettera sui problemi dell’India inviata da voi a un Indù. Evidentemente è frutto del vostro modo di guardare al mondo. Nella conclusione sembra che vogliate fare cambiare idea al lettore sulla reincarnazione. Potrà sembrare impertinente da parte mia dire quello che sto per dire? Ignoro se avete studiato con attenzione la questione. La reincarnazione e la trasmigrazione fanno parte di una credenza molto cara a milioni di abitanti dell’India, come della Cina del resto. Si tratta veramente, per molti asiatici, di materia d’esperienza e non solo di un’accettazione puramente teorica. La reincarnazione spiega, con l’aiuto della ragione, molti misteri della vita. È stata la forza consolatrice di molti resistenti passivi durante la loro incarcerazione in Sud Africa. Il mio scopo, nello scrivervi, non è quello di convincervi della verità della dottrina, ma di domandarvi se fosse possibile rimuovere la parola reincarnazione - nozione che, assieme a qualcun’altra, sembra, nella vostra lettera, segnata dallo scetticismo.

[…] Vi ho importunato con questa lettera. Coloro che vi onorano e che cercano di seguirvi non hanno il diritto, lo so, di abusare del vostro tempo e non devono, per quanto è possibile, disturbarvi. Tuttavia, io che sono per voi un perfetto sconosciuto, mi sono preso la libertà di rivolgermi a voi per riferirvi queste informazioni, tanto nell’interesse della verità quanto al fine di avere un vostro parere su alcune problematiche. Non avete fatto d’altronde della loro soluzione l’opera stessa della vostra vita?

Con tutto il mio rispetto, resto un vostro fedele servitore.

James Foley, il fratello accusa Obama: “Poteva salvarlo. Usa ed Europa hanno politiche troppo diverse sui riscatti”

Dopo le polemiche per le foto che lo ritraggono sorridente su un campo da golf, poco dopo aver parlato con la famiglia del reporter decapitato dall’Isis James Foley, il presidente americano Barack Obama è finito al centro delle accuse di uno dei fratelli del giornalista ucciso. Come riporta Avvenire, Michael Foley accusa il presidente Usa di non aver aiutato la sua famiglia ad aprire un negoziato con i miliziani dell’Isis, seguendo la prassi americana di non trattare con i terroristi.

"Spero davvero che la morte di James spinga a rivedere il nostro approccio nei confronti dei terroristi e delle trattative per gli ostaggi, perché se gli Stati Uniti fanno in un modo e l’Europa in un altro (pagando i riscatti, ndr), così non funziona", ha affermato il fratello della vittima. "Gli Stati Uniti avrebbero potuto fare di più, e questo per me è fonte di frustrazione".

A quanto si è appreso, la famiglia del reporter rapito in Siria nel novembre del 2012 era stata contattata dopo oltre un anno, il 26 novembre 2016: i rapitori chiedevano la cifra assurda di 100 milioni di euro o il rilascio di prigionieri negli Stati Uniti. All’insaputa dell’Fbi, John e Diane Foley avevano iniziato a raccogliere 5 milioni, una cifra in altri casi accettata. Ma l’approccio del governo americano - non trattare mai con i terroristi - aveva reso impossibile ogni altro contatto.

Padri che uccidono i figli, il trend in crescita. Gli esperti: “Non è un raptus. Vogliono punire la madre e affermare la propria mascolinità”

di Laura Eduati

Sei casi soltanto questa estate, un impressionante elenco di padri che uccidono i figli: l’ultimo è il quarantasettenne Roberto Russo che a San Giovanni La Punta (Catania) ha accoltellato a morte la figlia Laura, 12 anni, e tentato di uccidere la seconda figlia femmina, la quattordicenne Marika. Da qualche giorno la moglie Giovanna Zizzo dormiva a casa dei suoi genitori dopo aver scoperto un tradimento del marito.

Il penultimo è Luca Giustini, un ragazzo di 34 anni senza problemi economici che la madre definisce “depresso” (“piangeva sempre”) e che per gli amici viveva una situazione famigliare infelice (“mi manca l’amore”, diceva). Giustini ha trapassato con un coltello la figlia di un anno e mezzo che dormiva nel lettino: è accaduto domenica 17 agosto in una frazione di Ancona, Collemarino. Rinchiuso nel reparto di psichiatria dell’ospedale Torrette, agli inquirenti ha detto: “Una voce mi ha ordinato di uccidere Alessia”.

Raptus? Secondo Claudio Mencacci, ex presidente della Società italiana di psichiatria, è sbagliato pensare che questi padri di famiglia passino dall’amorevole quiete famigliare all’horror in pochi minuti, come se passasse un tornado di follìa improvvisa nelle loro menti. “Non si considera mai che, guarda caso, quella violenza ha come oggetto i più fragili, i deboli, le persone indifese e quindi le più esposte. Lei ha mai sentito dire di qualcuno colto da raptus che ha assalito un uomo grande e grosso?», ha commentato al Corriere della Sera.

Di raptus non parla nemmeno la criminologa britannica Elizabeth Yardley, che ha appena concluso uno studio apposito sui padri che eliminano i figli - per poi, spesso, suicidarsi. Li ha chiamati “Padri Sterminatori”. Secondo Yardley, il numero degli uomini che commettono questi delitti segue l’aumento delle rotture famigliari - separazioni e divorzi:

Non penso nemmeno per un minuto di affermare che il divorzio porta all’omicidio. Anzi. Eppure, ciò che davvero preoccupa è che esiste una piccola minoranza di uomini che trova impossibile fare i conti con la rottura della loro famiglia. Questi uomini sono di tutti i tipi: medici, imprenditori, elettricisti, camionisti e vigilantes.

Ma hanno una cosa in comune: sentono che la loro mascolinità è sotto minaccia. Con il divorzio, credono di perdere l’unica cosa che li fa sentire uomini di successo: le loro famiglie. Uccidendo i propri figli stanno cercando, in maniera perversa, di riottenere il controllo non soltanto sui loro bambini ma anche sulle loro mogli. Assassinare i loro figli è il modo più scioccante e drammatico al quale possono pensare per gridare al mondo: “Guarda quanto sono potente”.

Queste parole sembrano l’esatta didascalia per la scena del crimine avvenuta a Ponte Valleceppi (Perugia) lo scorso 6 luglio, quando Riccardo Bazzurri ha ucciso l’ex Ilaria Abbate e ferito gravemente il figlio di due anni e mezzo. Bazzurri si è poi suicidato, e ora il bambino rimane ricoverato in gravi condizioni all’ospedale Meyer di Firenze. Ilaria raccontava spesso ai famigliari e agli amici che Bazzurri, carrozziere di 32 anni, non accettava la separazione e insisteva per ricominciare una relazione.

Un atto di superomismo potrebbe essere anche quello compiuto da Vito Tronnolone, il sessantacinquenne affetto da problemi di salute - avrebbero voluto ricoverarlo in ospedale ma si era rifiutato categoricamente - che il 9 luglio a San Fele (Potenza) ha massacrato l’intera famiglia a colpi di pistola: la moglie Maria Stella Puntillo, 57, ed i due figli Luca e Chiara, di 32 e 27. Per i vicini Vito temeva che il figlio Luca, disabile rimanesse da solo: ha fatto in modo per evitare questo pericolo.

Per Ben Buchanan, psichiatra canadese del Victorian Counselling and Psychological Services, la maggioranza degli uomini assassina i figli per punire le mamme - cioè le loro compagne: “I nostri bambini rappresentano le nostre mogli, sono la loro rappresentazione simbolica ma sono molto più vulnerabili. Nei casi che ho visto, è raro per gli assassini incolpare i bambini, in quanto sono semplicemente dei sostituti attraverso i quali tentano di arrivare alla madre”. Per farla soffrire.

Anche questa sembra la spiegazione psicologica di uno dei reati più dolorosi degli ultimi anni: il 3 febbraio 2011 Matthias Schepp si è buttato sotto un treno a Cerignola dopo aver scritto una lettera alla ex moglie residente in Svizzera, precisando di avere ucciso le due gemelle di sei anni. Sono passati due anni e mezzo e la madre non è ancora riuscita a capire dove possano trovarsi i corpi delle due figlie, in quello che sembra un estremo e agghiacciante atto di vendetta dell’ex marito contro di lei.

Un delitto simile è avvenuto a Milano nel 2009: Mohammed H. M., 52 anni, accoltella il figlio di dieci anni durante un incontro protetto alla Asl di San Donato Milanese. Il bambino, che era terrorizzato dal padre, muore. E l’uomo si suicida. L’unica superstite è la madre del piccolo, tormentata per anni dall’ex marito di origine egiziana.

Anche solo mettendo in fila i racconti di cronaca nera, sembra una sindrome di Medea che strisciando cambia pelle, passa dalle donne agli uomini, ammazzo i bambini per colpire te che mi hai lasciato. E tuttavia non è sempre così: il delitto che ha inaugurato la macabra serie estiva è quello di Motta Visconti, dove Carlo Lissi ha sgozzato moglie e figli perché voleva sentirsi libero dai legami famigliari, o almeno questo ha raccontato ai magistrati. Si era innamorato di un’altra. La stampa ha scritto che la moglie, Cristina Omes, lo aveva quasi obbligato a sposarla, come a suggerire che in fondo era lei a comandare. Una sottile colpevolizzazione simile a quella operata dalla madre di Giustini, che ha raccontato come la nuora non lasciasse spazio e libertà al figlio. Uomini deboli, incapaci di affermare il loro punto di vista, che sfogano la propria rabbia in un unico violento lampo finale?

Per J. Reid Meloy, psicologo forense americano, i padri arrivano a uccidere dopo un lungo percorso di rabbia, frustrazione e pianificazione. Sono persone con una fragile consapevolezza di se stessi, intolleranti dell’insuccesso e dell’umiliazione. Se non si suicidano, dopo il delitto si sentono meglio. È quello che apparentemente sembra provare Lissi, in caserma durante l’interrogatorio dopo la mattanza: “No, non dà segni particolari di disperazione. È lucido, giusto qualche lacrima, forse più da sfinimento che da reale coscienza del dolore”.

Scelgono armi affilate e tribali, i padri che fanno scomparire i figli dalla faccia della terra: specialmente coltelli con i quali tagliano gole o distruggono corpi addormentati serenamente. Annota la criminologa Yardley: “L’accoltellamento avviene quando l’assassino è colmo di rabbia e vuole fare danno all’aspetto della vittima”.

Con il “nuovo Pil” la politica lancia un messaggio devastante

di Enrico Rossi

Chissà cosa direbbe oggi Robert Kennedy di fronte alla decisione di includere nel calcolo del Pil alcune forme di economia criminale. Sapendo che le attività illegali rappresentano nel nostro paese un punto di forza rispetto all’Europa, si è diffusa in Italia una attesa piena di speranza e ci si aspetta che le attività criminali, sulla base dei nuovi criteri, servano a fare pari e patta con il peggioramento che la ricchezza nazionale ha registrato nel secondo semestre di quest’anno. Robert Kennedy il 18 marzo 1968 denunciava in un discorso l’inadeguatezza del Pil come indicatore del benessere e del successo del suo paese. Il Pil - diceva - comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalla carneficina di fine settimana. Mette nel conto programmi televisivi che valorizzano la violenza. Cresce con la produzione del napalm, missili e testate nucleari. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna fi essere vissuta. Può dirci tutto sull’America - concludeva - ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani.

L’inclusione della criminalità nel Pil non fa altro che peggiorare questa situazione. Ed è indice di un cinismo che prescinde da ogni altra considerazione valoriale e che ormai sembra dominare ogni pensiero in campo economico. L’economia, in qualunque modo si faccia, è un valore in sé e rientra a pieno titolo nel calcolo della ricchezza di una nazione. Ha ragione il segretario dell’ANM Maurizio Carbone, quando definisce una “mostruosità” queste scelte e denuncia che in questo modo si fa un favore alle cosche, alla mafia, alla camorra, alla ‘ndrangheta, riconoscendo loro uno status di produttrici di ricchezza e di lavoro. Infatti l’economia sommersa, le attività che sfuggono al pagamento di tasse e contributi, è già inclusa nel Pil e può essere fatta emergere con la lotta all’evasione e con la semplificazione fiscale. L’economia criminale invece deve essere combattuta ogni giorno dalle forze dell’ordine, dalla magistratura e dalle istituzioni allo scopo di estirparla completamente, perché non solo essa è illegalità e degrado morale, ma anche perché altera i meccanismi della concorrenza a favore di chi non ha scrupoli etici, e sul piano sociale significa oppressione e sfruttamento brutale.

Sarebbe bene che la politica, anziché attendersi “sostanziosi” miglioramenti del Pil derivanti dalla criminalità, si rifiutasse di accettare questa mostruosità e rinnovasse e intensificasse il suo impegno nella lotta contro di essa e contro la metastasi economica, civile e morale che essa produce. Sono lontani i tempi nei quali con parole sempre attuali e non molto diverse da quelle di Robert Kennedy, un politico italiano, Enrico Berlinguer, si interrogava su che cosa e sul perché produrre, mettendo in discussione la qualità e non solo il “quanto” dello sviluppo.

Enrico Giovannini, ex presidente Istat, sostiene che il ricalcolo del Pil con le attività criminali non è un misuratore di benessere ma serve ad avere un quadro più reale del funzionamento di un sistema economico. E aggiunge che in ogni caso ciò “non muterà il giudizio sull’andamento economico, perché oltre al Pil del 2013 sarà ricalcolato quello degli anni precedenti e sul confronto tra un anno e l’altro non dovrebbe cambiare quasi niente”.

Ma allora se il Pil non misura il benessere, se includervi le attività criminali non modifica i nostri conti e i nostri obblighi rispetto al fiscal compact, perché lanciare un messaggio così devastante e soprattutto perché avvallarlo e non combatterlo sul piano politico? Mentre papa Francesco lancia ai mafiosi la scomunica, l’anatema più forte per il mondo cattolico, la politica rischia di accettare una idea di crescita lontana dall’uomo e dai suoi bisogni.

Barack Obama, in imbarazzo per le foto che lo ritraggono sorridente su un campo da golf dopo il discorso accorato su James Foley

Polemiche negli Stati Uniti per le foto di Barack Obama che gioca a golf, subito dopo essere intervenuto sulla morte del reporter americano, James Foley. Mercoledì, pochi minuti dopo il suo discorso alla nazione, nel quale si è detto “sconvolto” per la decapitazione del giornalista Foley e ha assicurato che gli Usa “faranno tutto il possibile per estirpare il cancro dello Stato islamico”, Obama si è cambiato e ha trascorso 4 ore giocando a golf.

In una delle foto pubblicate dai principali siti americani, il presidente, cappellino e occhiali da sole, appare sorridente alla guida di una ‘golf car’, assieme alla ex star della Nba, Alonzo Mourning. Le immagini hanno provocato una bufera di critiche. Secondo l’ex vicepresidente, Dick Cheney, Obama avrebbe dovuto lasciare immediatamente Martha’s Vineyard e tornare a Washington, appena appresa la notizia della decapitazione di Foley.

Ad accusare il Commander in Chief è Michael Foley, fratello del reporter decapitato dagli jihadisti, il quale ha affermato che il presidente americano non ha neppure tentato di aprire un negoziato, seguendo la ‘tradizione’ americana che esclude qualunque trattativa con i terroristi. “Spero davvero che la morte di Jim spinga a rivedere il nostro approccio, la nostra politica nei confronti dei terroristi e delle trattative per gli ostaggi e che si possa rivedere, perché se gli Stati Uniti fanno in un modo e l’Europa fa in un altro (paga i riscatti), per definizione così non funziona”. Secondo Michael Foley, “gli Stati Uniti avrebbero potuto fare di più per gli ostaggi occidentali e americani, altri Paesi l’hanno fatto e questo è per me fonte di frustrazione”, ha aggiunto il fratello del reporter che tra gli esempi di negoziato, oltre al pagamento di un riscatto, ha ipotizzato uno scambio di prigionieri: “ne abbiamo tanti a Guantanamo”.

Ancora poche donne nei posti di comando delle società non quotate in Italia: meno di un consigliere su sei

L’Italia è ben lontana dal rispettare gli obiettivi della legge Golfo-Mosca sulla parità di accesso agli organi delle società controllate da pubbliche amministrazione e non quotate: nemmeno un organo su sei nei cda è donna. A denunciarlo, a partire dai dati del monitoraggio condotto dal dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri in collaborazione con la società Cerved Group è la Fondazione Bellisario.

Una quota ancora lontana dunque da quanto previsto dal regolamento attuativo della legge, che stabilisce, per il primo mandato, che la quota riservata al genere meno rappresentato sia pari ad almeno un quinto (20%) del numero dei componenti

del cda. La legge prevede inoltre un aumento progressivo della presenza femminile nel top mangement pubblico e impone che la nomina degli organi di amministrazione e di controllo, «ove a composizione collegiale», sia effettuata secondo modalità tali da garantire che il genere meno rappresentato ottenga almeno un terzo dei componenti (33% circa) di ciascun organo.

«Un disastro - commenta Lella Golfo, presidente della Fondazione e già deputata Pdl e promotrice, insieme ad Alessia Mosca, della legge in questione -, ma Come Fondazione Bellisario non ci fermiamo e, dati alla mano, da settembre lanceremo una campagna in tutte le regioni, per denunciare le violazioni alla legge sulla presenza delle donne nei cda delle società non quotate partecipate dalla pubblica amministrazione. E dopo la segnalazione le società hanno 60 giorni per adeguarsi, trascorsi i quali i cda decadono».

Secondo il monitoraggio, a maggio 2014, sono infatti solo 1.795 le donne che siedono al top delle 4mila società non quotate in cui uno o più enti delle pubbliche amministrazioni

detengono una partecipazione superiore al 50% , pari al 14,7% del totale. Emerge anche una forbice territoriale molto accentuata: al Nord è maggiore la presenza sia assoluta

che percentuale di donne nelle società: 1.020 donne ai vertici si trovano in società di quest’area, mentre al Centro ci sono 428 amministratici e in tutto il Sud e Isole solo 347.

Ma «mentre per i valori assoluti le differenze sono consistenti soprattutto a causa delle differenti dimensioni economiche delle “tre Italie”, le differenze nelle percentuali (vale a dire l’incidenza della componente femminile all’interno dei cda ndr) non sono complessivamente di grande rilievo, con una differenza complessiva tra Nord e Sud inferiore a tre punti percentuali». Infatti la media di presenza femminile al Nord è del 15,3%, al Centro del 14,9%, al Sud e Isole del 12,7%. Al top ci sono Liguria (17,9%), Emilia Romagna (17%) e Toscana (16,9%), mentre situazioni particolarmente critiche si registrano al Sud soprattutto in Sicilia e Calabria, con percentuali del 10,5% e 11,7%.

E le cose non cambiano per gli organi di controllo delle società pubbliche, con 700 sindaci effettivi donne e 613 supplenti al Nord, contro i 308 e 257 del Centro e i 246 e 191 di

Sud e Isole.parte delle società che, per dare qualche numero, sono ben 94 in Calabria e 385 nel Lazio.

Le polemiche sull’immagine delle donne nella pubblicità è cosa nota. Spesso strumentalizzata come oggetto del desiderio o ridicolizzata in stereotipi datati la donna viene “offesa” e sono molte le associazioni femminili che puntano il dito contro i media che le ospirano. Ma la figura femminile nella pubblicità ha origini antiche e per questo dal catalogo vintage di Getty abbiamo raccolto cartelloni e pubblicità dal 1890 alla fine degli Anni 50 con le donne protagoniste. Un viaggio nel tempo che ci permette di vedere com’è cambiata l’immagine delle donne nella pubblicità. Con una scoperta: agli inizia del 900 la donna era spesso mostrata in modo più positivo e moderno di tanti spot dei giorni nostri…

', 'tumblr.com'); ga('send', 'pageview');